Francesca Basso ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui ha parlato del ricatto del presidente ungherese Viktor Orban in merito al promesso sostegno all’Ucraina.
Scrive Basso: ”Il veto sul prestito è solo del premier ungherese, che è in campagna elettorale e indietro nei consensi rispetto allo sfidante del Ppe Péter Magyar, perché il premier slovacco Robert Fico non si è spinto a tanto: Orbán «sta violando il principio di sincera cooperazione tra gli Stati membri della Ue» ha detto Costa, invitando la Commissione «a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione nel trattato per superare questa situazione, per evitare che chiunque possa ricattare l’unione europea». Budapest e Bratislava insieme, invece, bloccano il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Su quello Bruxelles può lavorare ma è tra un mese che l’ucraina rischia la bancarotta: sul prestito non c’è tempo”.
Sintesi – Le opzioni per aggirare il veto di Orbán. Rabbia per il «ricatto»
A Bruxelles cresce la tensione per il veto del premier ungherese Viktor Orbán sul prestito europeo da 90 miliardi di euro all’Ucraina, approvato dai Ventisette lo scorso dicembre. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito apertamente il comportamento di Orbán un «ricatto», accusandolo di violare il principio di leale cooperazione tra Stati membri e sollecitando la Commissione a usare tutti gli strumenti previsti dai Trattati per superare lo stallo.
Il veto sul prestito è attribuito solo a Budapest — a differenza del premier slovacco Robert Fico, che non si è spinto fino a bloccarlo — ed è letto anche in chiave di politica interna ungherese, con Orbán in difficoltà nei sondaggi rispetto allo sfidante Péter Magyar. Ungheria e Slovacchia, invece, restano unite nel bloccare il 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Tra le ipotesi allo studio c’è l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato Ue, che potrebbe portare alla sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in Consiglio. Alcuni Paesi nordici e i Paesi Bassi la sostengono, ma l’opzione è politicamente rischiosa: trasformerebbe Orbán in una “vittima” di Bruxelles in piena campagna elettorale e difficilmente otterrebbe il consenso unanime necessario, anche per le resistenze di Stati come l’Italia.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen assicura che «in un modo o nell’altro il prestito sarà garantito», pur senza chiarire ancora come. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha rilanciato l’ipotesi di usare i beni russi congelati, ma restano forti perplessità da parte di Belgio, Italia e Francia.
Sul piano energetico, Bruxelles contesta l’argomento usato da Orbán per giustificare il veto: grazie all’aumento dei flussi tramite l’Adriatic Pipeline, la sicurezza energetica di Ungheria e Slovacchia non sarebbe a rischio. Tuttavia, la Commissione invita Kiev ad accelerare la riparazione dell’oleodotto Druzhba, danneggiato dai bombardamenti russi.
Resta l’urgenza: tra un mese l’Ucraina rischia la bancarotta e sul prestito non c’è tempo. Intanto, l’Ue continua a procedere “a 26” nelle conclusioni del Consiglio europeo sull’Ucraina, ma la strategia di ignorare Orbán mostra sempre più chiaramente i suoi limiti.
25 febbraio 2026

