Le politiche commerciali di Donald Trump producono effetti simili a un terremoto seguito da tsunami: anche quando un singolo provvedimento viene corretto o annullato, le ondate di incertezza continuano a propagarsi sull’economia globale, colpendo in particolare l’Unione europea.
La recente dichiarazione di illegittimità di parte dei dazi americani non segna affatto la fine del protezionismo trumpiano. È decaduta solo la componente basata sulla legge d’emergenza del 1977 (IEEPA), che copriva circa il 70% delle merci scambiate, mentre restano in vigore dazi pesanti (25%) su settori cruciali per l’Ue come acciaio, alluminio e automotive. Inoltre Trump ha reagito introducendo nuove tariffe “transitorie” del 10%, poi portate rapidamente al 15%, usando altre basi legali. Il risultato è un aumento, non una riduzione, dell’incertezza.
Questa instabilità riguarda livello, durata e perimetro dei dazi, rendendo difficile per imprese e governi pianificare. Anche gli accordi commerciali già conclusi – incluso quello con l’Ue – risultano giuridicamente e politicamente fragili, poiché stipulati senza piena approvazione dei rispettivi parlamenti. Per l’Europa si aprono quindi tre opzioni: ratificare l’accordo esistente, rinegoziarlo, oppure sospenderlo chiedendo garanzie di stabilità tariffaria o clausole di “most favoured nation”.
Sul piano macroeconomico, il protezionismo americano non ha prodotto i risultati promessi: nel 2025 il deficit commerciale Usa si è ridotto solo marginalmente, mentre circa il 90% del costo dei dazi è ricaduto sulle imprese americane. Finora l’impatto sull’inflazione è stato contenuto, ma potrebbe diventare più visibile nel tempo. L’incertezza, inoltre, frena gli investimenti, complica la riorganizzazione delle filiere e contribuisce alla volatilità dei mercati finanziari.
Paradossalmente, la crescita americana regge soprattutto grazie agli investimenti legati all’intelligenza artificiale, che sostengono produttività e domanda, più che per effetto delle politiche protezionistiche. Al contrario, l’economia europea rischia di pagare un prezzo più alto: alcune imprese stanno spostando la produzione negli Usa per difendere le quote di mercato, mentre il deprezzamento del dollaro e l’instabilità commerciale penalizzano l’export.
La conclusione dell’articolo è netta: anche se a regime i dazi verso l’Ue non dovessero peggiorare rispetto a oggi, la strategia più razionale per l’Europa è ridurre la dipendenza dal mercato americano, diversificare gli sbocchi esterni e soprattutto rafforzare il Mercato Unico, superando le resistenze nazionali e valorizzando davvero il “Made in Europe”.
26 febbraio 2026


