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Esteri

Le rivelazioni dell’ambasciatore Usa in Belgio “Così Meloni ci ha seguito sul no agli asset”

Ilario Lombardo ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui ricostruisce un retroscena decisivo del Consiglio europeo del 18 dicembre, quando l’Unione ha scelto di non confiscare i beni russi congelati (circa 190 miliardi, custoditi soprattutto in Belgio da Euroclear) e di optare invece per un prestito da 90 miliardi all’Ucraina.

Scrive Lombardo: ”Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna ricostruire gli antefatti e ricordare cosa è successo prima e durante il Consiglio europeo del 18 dicembre scorso. È il vertice in cui i leader dell’Unione confermano il congelamento degli asset russi, detenuti in gran parte in Belgio e gestiti dalla società finanziaria Euroclear (190 miliardi di euro circa), senza confiscarli per destinarli alla ricostruzione in Ucraina, a seguito di timori per le regole del diritto internazionale e per la stabilità finanziaria europea. L’Europa si spacca, e il Belgio con l’aiuto dell’Italia e dell’Austria spinge per una maggiore prudenza, nel timore di ritorsioni di Mosca e di potenziali danni economici, conseguenti alle quasi certe cause legali che seguirebbero”.

La rivelazione arriva da un’intervista dell’ambasciatore Usa in Belgio Bill White, che racconta di aver telefonato a Giorgia Meloni per convincerla ad allinearsi alla posizione prudente del premier belga Bart De Wever, contraria al sequestro degli asset russi. Subito dopo, secondo White, Meloni avrebbe parlato con Donald Trump, scegliendo di sostenere quella linea.

La decisione italiana viene letta come il risultato di pressioni americane, in un momento in cui Roma non aveva ancora assunto una posizione così netta. Pesavano anche equilibri interni (la cautela della Lega di Matteo Salvini) e il timore di ritorsioni russe e di cause legali che avrebbero potuto destabilizzare il sistema finanziario europeo.

Determinante è stato il fronte dei Paesi contrari alla confisca — Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca — guidati da Viktor Orbán, Robert Fico e Andrej Babiš, che hanno contribuito a spostare l’equilibrio verso il compromesso del prestito.

L’articolo sottolinea come Meloni, considerata una figura chiave del trumpismo in Europa, non intenda questa volta mediare con Orbán: Palazzo Chigi preferisce lasciare il dossier alla Commissione europea e al presidente del Consiglio europeo António Costa. Le fonti escludono che il piano di confisca possa essere rilanciato, nonostante le pressioni dell’Alta rappresentante Kaja Kallas.

Conclusione implicita del pezzo: l’Europa resta divisa, e una parte dei suoi leader mantiene un canale diretto e costante con Trump, influenzando decisioni cruciali sulla guerra in Ucraina e sul rapporto con la Russia.

24 febbraio 2026