Anna Zafesova ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui descrive la situazione drammatica della guerra in Ucraina dal lato russo.
Scrive la Zafesova: ”La parola che il moscovita non pronuncia è “guerra”. Dopo quattro anni di “operazione militare speciale”, come la definisce la propaganda putiniana, i russi dicono semplicemente «tutto questo», e dividono la cronologia della loro vita in «prima di tutto questo» e «dopo». A livello materiale, il “dopo”, per chi è vicino ai piani alti dell’establishment moscovita, non è cambiato poi tanto: sì, per andare a sciare in Francia e a rifarsi il guardaroba in Italia bisogna costruire itinerari di viaggio con scali a Istanbul o Tbilisi, e alcuni cibi e vestiti non si trovano più, o costano molto di più, ma quello che è veramente diverso è la prospettiva del futuro. Se ancora qualche mese fa i russi, soprattutto quelli in autoesilio all’estero, si salutavano con l’augurio «prima o poi tutto questo finirà», ora l’attesa della fine fa quasi paura. Anche perché nessuno – né i sostenitori di Vladimir Putin, né i suoi oppositori – crede che il conducente vorrà fermare il treno prima che deragli”.
Il “treno” verso l’abisso. L’articolo si apre con la metafora di un top manager moscovita: la Russia è come un treno lanciato a tutta velocità verso un precipizio. Sebbene l’élite sia consapevole del disastro imminente, nessuno osa saltare giù o fermare il conducente (Putin), per timore di ritorsioni o per mancanza di alternative.
La vita “dopo” e l’ansia per il futuro. A quattro anni dall’inizio dell’invasione, la vita dei russi è divisa tra un “prima” e un “dopo”. Se per le classi agiate i cambiamenti materiali sono gestibili (viaggi più lunghi, costi più alti), a mancare è la prospettiva del futuro. L’iniziale speranza che “tutto finisse presto” è stata sostituita dalla paura di come avverrà il crollo finale.
Angoscia sociale e ricorso all’esoterismo. Un dato emblematico della disperazione popolare è il boom del mercato esoterico: nel 2025 le vendite di palle di cristallo sono raddoppiate e quelle di bambole voodoo sono cresciute del 64%. La domanda più frequente agli indovini riguarda la morte di Putin. Nonostante la propaganda, i sondaggi indicano che la maggioranza dei russi desidera la pace per il 2026 e l’ostilità verso la retorica del “sacrificio bellico” è sempre più palese (come dimostrato dagli insulti social a una preside pro-arruolamento).
L’economia di guerra e il costo umano. Il Cremlino continua a inviare al fronte 30-40 mila uomini al mese, attirati da paghe altissime per gli standard della provincia russa. Tuttavia, i numeri dei caduti sono drammatici (stimate centinaia di migliaia tra morti e dispersi) e la qualità delle reclute scende. Gli economisti avvertono che le riserve statali potrebbero esaurirsi entro l’anno, costringendo il governo a scelte drastiche: stampare moneta o ricorrere alla mobilitazione forzata, rompendo il tacito accordo con la popolazione.
Un’élite paralizzata. L’articolo conclude analizzando la classe dirigente, descritta non più come tecnocratica ma come una corte di “fedeli servitori” e “complici”. Questi funzionari sono consolidati dalla paura di perdere ricchezza e status. Pur comprendendo la follia della guerra, sono ormai incapaci di iniziativa autonoma e destinati a deragliare insieme al loro leader.
23 febbraio 2026





