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Esteri

La Russia affoga nel suo petrolio e l’economia di guerra si inceppa

Anna Zafesova pubblica su La Stampa un articolo in cui, delinea un quadro critico per l’economia russa all’inizio del 2026.

Scrive Zafesova: «La Russia sta affogando nel suo petrolio», titola il Moscow Times, e cita numeri vertiginosi: almeno 150 milioni di barili di greggio russo sono in questo momento in alto mare, letteralmente, caricati su petroliere che però non riescono ad approdare nei porti. I depositi in territorio russo possono contenere circa 32 milioni di barili, l’equivalente di appena 3-4 giorni di produzione nazionale, e sarebbero per metà già riempiti. Gli oleodotti russi potrebbero contenere provvisoriamente un altro centinaio di milioni di barili, altri 12 giorni di produzione, dopo di che, sostengono gli esperti del settore interpellati da Reuters, il Cremlino si troverà di fronte a una scelta: o tagliare la produzione, oppure cominciare a sigillare i pozzi petroliferi che producono il greggio che non trova più mercato: nel 2025, le entrate russe da petrolio e gas si sono ridotte del 24 per cento, e nel solo mese di gennaio si sono dimezzate rispetto a un anno fa. Le notizie secche – e sempre più scarse, visto che mese dopo mese sempre più voci delle statistiche economiche della Federazione Russa vengono secretate dal governo – assomigliano in certi giorni ai bollettini dal fronte».


Il petrolio: da risorsa a zavorra

Il settore energetico russo, cuore pulsante del Cremlino, è in una fase di stallo senza precedenti. La Russia “affoga” letteralmente nel suo greggio:

  • Logistica al collasso: circa 150 milioni di barili sono bloccati in mare su petroliere che non trovano porti di approdo.
  • Stoccaggio esaurito: i depositi interni e gli oleodotti sono quasi pieni. Restano pochi giorni di autonomia prima di dover affrontare una scelta drastica: tagliare la produzione o sigillare i pozzi.
  • Crollo dei ricavi: nel 2025 le entrate da idrocarburi sono scese del 24%, con un dimezzamento a gennaio 2026 rispetto all’anno precedente.

I numeri del deficit e della recessione

Nonostante la segretezza imposta dal governo, i dati ufficiali filtrati delineano un’economia “in rovina”:

  • Recessione diffusa: 21 settori su 27 sono in contrazione. La ripresa è stimata non prima del 2027.
  • Bilancio fuori controllo: il prezzo del barile russo è sceso a circa 45 dollari, ben al di sotto dei 60 dollari previsti per tenere in equilibrio i conti statali.
  • Il nodo delle sanzioni: l’India ha ridotto drasticamente le importazioni e i trader russi sono costretti ad applicare sconti superiori ai 30 dollari al barile.

L’impatto sulla società e le infrastrutture

Il costo della guerra sta drenando risorse vitali per i servizi civili, portando a una crisi sistemica:

  • Infrastrutture a pezzi: nel gennaio 2026 si è registrato il record di 1.280 guasti gravi (riscaldamento, elettricità, fogne), segno di una manutenzione ormai assente.
  • Inflazione alimentare: le famiglie spendono il 39% del reddito per mangiare (picco massimo dal 2008). Emblematico il caso dei cetrioli, i cui prezzi sono raddoppiati portando al razionamento nelle vendite.
  • Bancarotta aziendale: migliaia di società, comprese le Ferrovie dello Stato (RZhD), sono costrette a svendere il proprio patrimonio immobiliare per coprire i debiti.

In sintesi

L’economia di guerra di Putin sta consumando le riserve accumulate negli anni. Con i principali acquirenti (India e Cina) in ritirata e le infrastrutture civili al collasso, il Cremlino si trova di fronte all’esaurimento dei fondi necessari per ripianare il deficit entro la fine dell’anno corrente.

17 febbraio 2026