Donald Trump (ancora lui!) rinconquistando la Casa Bianca aveva subito immaginato di poter realizzare un suo disegno imperiale. potendo contare su una Corte Suprema che avrebbe potuto (e dovuto) approvare ogni sua descrive bene la complessa e spesso turbo proposta legislativa, considerata la preponderanza, nella composizione della Corte, di giudici conservatori. Le cose hanno preso immediatamente un piega diversa e la relazione tra Donald Trump e la Corte, specialmente in questo 2026, si è incrinata a suo sfavore.
Trump ha plasmato l’attuale Corte nominando ben tre giudici conservatori (Gorsuch, Kavanaugh e Barrett), pensando di avere avuto un’idea geniale, ossia che la Corte potesse agire come un suo “braccio esecutivo”. Così non è andata e Donald si è scontrato più volte con la realtà istituzionale americana.
Ecco i punti chiave di questa dinamica:
1. Il “matrimonio”: la nomina dei giudici
Il legame è nato con l’obiettivo di creare una super-maggioranza conservatrice (6 a 3). Trump ha visto in queste nomine la sua eredità politica più duratura, aspettandosi, non troppo implicitamente, una sorta di “lealtà” nelle questioni cruciali che lo riguardano personalmente e politicamente.
2. I segnali di “divorzio”: L’indipendenza giudiziaria
Negli ultimi mesi e anni, la Corte ha dimostrato di non essere un monolite al servizio del tycoon. Diversi episodi hanno segnato una distanza netta:
- Sentenze sui dazi (Febbraio 2026): Recentemente, la Corte ha dichiarato illegittimi alcuni dazi adottati da Trump, ribadendo che il potere presidenziale non è illimitato e deve rispettare la separazione dei poteri.
- Questioni elettorali e penali: in passato, la Corte ha respinto numerosi ricorsi legati alle elezioni del 2020 e non ha sempre garantito l’immunità totale sperata da Trump nei suoi vari procedimenti giudiziari.
- La “Major Question Doctrine”: i giudici stanno utilizzando sempre più spesso questo principio per limitare il potere delle agenzie federali, il che può favorire l’agenda conservatrice di deregolamentazione, ma allo stesso tempo colpisce l’autorità dell’esecutivo, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca.
3. Una relazione “Transazionale”
Più che di un divorzio vero e proprio, si può parlare di una disillusione. Trump spesso attacca pubblicamente i “suoi” giudici quando le sentenze non lo favoriscono, definendoli “sleali”. Dall’altra parte, i giudici (anche i più conservatori) sembrano intenzionati a preservare la legittimità istituzionale della Corte, cercando di apparire al di sopra della mischia politica partitica.
In sintesi: se il matrimonio era basato sull’ideologia e sulle nomine, il “divorzio” è di natura istituzionale. La Corte Suprema sta confermando che, per quanto i giudici possano condividere una visione del mondo conservatrice, la loro priorità resta la protezione della Costituzione (e della propria autonomia) piuttosto che gli interessi personali del loro “grande elettore”.
8 maggio 2026
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