Mattia Feltri ha pubblicato un articolo su La Stampa in cui denuncia come l’attenzione dell’informazione occidentale sull’Iran sia calata drasticamente, nonostante la repressione continui.
Dice Feltri: ”Saranno le mattane di Donald Trump, le urgenze di un mondo frenetico o le tremende regole di un mestiere, il nostro, che aborrisce tutto quanto sembri rimasticatura, sarà quel che sarà ma le notizie dall’Iran diradano e arretrano. Ieri c’era – superstite – un’intervista di Gabriella Colarusso a Nasrin Sotoudeh. Fino a una decina d’anni fa ignoravo chi fosse Nasrin Sotoudeh, poi la vidi in Taxi Teheran, un film di Jafar Panahi, regista che, ricambiato, combatte la tirannia degli Ayatollah. Nel film Panahi interpreta sé stesso: alla guida di un taxi, racconta Teheran attraverso le conversazioni coi clienti. Sale anche Nasrin, e anche Nasrin interpreta sé, cioè l’avvocatessa, la militante per i diritti umani, e lui la accompagna a Evin, il famigerato carcere dei dissidenti.Prendendo spunto da un’intervista a Nasrin Sotoudeh, avvocatessa e simbolo della resistenza ai mullah, Feltri ricorda che la lotta per i diritti in Iran non è iniziata con Mahsa Amini, ma dura da decenni. Racconta il film Taxi Teheran di Jafar Panahi, dove Nasrin appare mentre si reca nel famigerato carcere di Evin, simbolo della persecuzione dei dissidenti”.
Feltri sottolinea con amarezza che i media parlano dell’Iran solo quando ci sono morti: più sangue, più spazio. Ma quando il regime reprime senza uccidere, calano il silenzio e l’indifferenza. Così, mentre gli ayatollah hanno di nuovo il controllo, l’Occidente distoglie lo sguardo, coprendo tutto con un altro velo: quello dell’oblio.
21 gennaio 2026





