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Esteri

L’Europa e l’Unione Sociale

Maurizio Ferrera pubblica un editorale sul Corriere della Sera in cui celebra la recente “svolta sociale” dell’Unione Europea, un’agenda volta a dare corpo all’idea lanciata trent’anni fa da Jacques Delors: dotare l’Europa di uno “zoccolo sociale” comune per tutti i Paesi.

Scrive Ferrera: ”L’opinione pubblica si è non solo disamorata, ma ha maturato risentimento nei confronti della Ue. Fornendo carburante all’ascesa dei partiti euroscettici. Subito dopo la propria nomina a presidente della Commissione (2014), Jean Claude Juncker dichiarò che l’Unione era in condizioni di «crisi esistenziale», in larga parte dovuta alla natura «iniqua e anti-democratica» delle politiche di austerità. Fu proprio Juncker a promuovere la svolta sociale, portata poi avanti da Ursula von der Leyen, con il sostegno del Parlamento europeo e dei sindacati”.

1. La sentenza e la legittimità

La recente sentenza della Corte di Giustizia dell’UE che ha confermato la legittimità della direttiva sul salario minimo (respingendo il ricorso di Danimarca e Svezia) giustifica indirettamente questa svolta. La sentenza ribadisce che la normativa comunitaria, pur stabilendo standard minimi, non interferisce con le prassi nazionali più generose (come quelle scandinave) e non fornisce alibi per mantenere salari non “decenti” dove la contrattazione collettiva è ampia (come in Italia).

2. Le origini della crisi e la necessità sociale

Dopo il mancato ascolto della visione di Delors, l’integrazione economica e monetaria, aggravata dalle politiche di austerità post-crisi dell’euro, ha generato nuove disparità e alimentato il risentimento pubblico e l’ascesa dei partiti euroscettici. L’allora Presidente Juncker (2014) definì l’Unione in una “crisi esistenziale” a causa della natura “iniqua e anti-democratica” di tali politiche.

3. La nascita dell’unione sociale

A partire dal Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), si è aperto il cantiere di quella che l’autore definisce una vera e propria Unione Sociale Europea, un quadro di regole e risorse comuni per salvaguardare i sistemi nazionali.

Questa cornice è composta da tre strati:

  • Primo strato: regole comuni di base (Lo Zoccolo di Delors)
    • Fissazione di condizioni sociali e lavorative minime “adeguate”.
    • Esempi: direttive su conciliazione vita-lavoro, parità retributiva, trasparenza dei contratti, lavoratori su piattaforme e salario minimo. L’obiettivo non è uniformare, ma allineare i Paesi sotto soglia.
  • Secondo strato: paletti contro il dumping sociale
    • Misure per scoraggiare la concorrenza sleale basata sul basso costo del lavoro e del welfare (dumping sociale) che può minacciare la libera circolazione dei lavoratori.
    • Strumenti: l’agenzia europea del lavoro per il controllo degli abusi.
  • Terzo strato: condivisione dei rischi e nuovi schemi comuni (il più innovativo)
    • Creazione di schemi finanziati dal bilancio UE o da debito comune per assorbire l’eccesso di spesa nazionale in caso di sfide ingenti (transizione verde) o emergenze gravi (pandemia).
    • Esempio: il fondo Sure (COVID-19), finanziato con debito comune, che ha sostenuto le casse integrazioni nazionali e salvato oltre 40 milioni di posti di lavoro tra il 2020 e il 2021.

Conclusione

L’obiettivo di questa “Unione sociale” in divenire non è creare un unico “eurowelfare” (la temuta Transfer Union), ma un “condominio” che fornisca riparo e rafforzi la capacità sociale degli Stati membri. Questa strategia, affiancata a politiche per la competitività, mira a rilanciare l’economia senza erodere la solidarietà e, crucialmente, a riconquistare il sostegno degli elettori al progetto europeo.

15 novembre 2025