L’ambasciatore Ettore Sequi ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui analizza la complessa dinamica tra Stati Uniti e Iran alla luce della trasformazione interna del regime di Teheran.
1. La “tregua armata” e la divergenza tattica
Mentre la diplomazia continua a parlare di accordi, la realtà sul campo racconta di petroliere sequestrate, raid in Libano e militarizzazione dello Stretto di Hormuz. Sequi evidenzia un paradosso: USA e Iran non negoziano dopo la guerra, ma dentro la guerra.
Afferma Sequi: ”La crisi dura più del previsto, costa più del previsto e rischia di pesare politicamente molto più del previsto. Trump deve convincere mercati, alleati e opinione pubblica che Washington mantiene l’iniziativa. L’ottimismo negoziale serve anche a contenere prezzi del petrolio, inflazione e paura di un’escalation regionale. Teheran vede però la situazione in modo opposto. Per l’Iran questa non è una normale trattativa diplomatica. È una trattativa sulla sopravvivenza del regime. Per questo il linguaggio diventa lento, ambiguo, prudente. Gli iraniani temono tre cose: apparire deboli, ammettere implicitamente che la pressione americana funzioni e, soprattutto, implodere internamente. Dunque, l’Iran non ha fretta. Non soltanto per diffidenza verso Washington e perché ritiene gli USA meno resilienti, ma perché il regime attraversa la più profonda redistribuzione del potere dalla rivoluzione del 1979: la progressiva “pasdaranizzazione” del sistema”.
Continua Sequi: ”Khamenei aveva tenuto in equilibrio clero, Pasdaran, apparato economico e sicurezza. Ora quell’arbitro non c’è più e il potere scivola verso una leadership militare-collettiva cresciuta nella logica dell’assedio permanente. Non è ancora una dittatura militare, ma una Repubblica islamica formalmente religiosa e sempre più securitaria-militare. E la guerra sta accelerando questa trasformazione. Qui emerge la vera frattura del regime. I pragmatici temono che una guerra lunga distrugga economia e stabilità del sistema. I falchi pasdaranizzati, invece, vedono la pace come più pericolosa della guerra: la pace riporta proteste e domande di normalizzazione; la guerra militarizza la società, comprime il dissenso e rafforza la logica dell’assedio”.
- La strategia di Trump: utilizza una “miniaturizzazione semantica” del conflitto (definendolo “mini-war” o “sciocchezza”) per rassicurare i mercati, contenere i prezzi del petrolio e dimostrare di avere ancora l’iniziativa politica.
- La strategia di Teheran: risponde con lentezza e ambiguità. Per il regime, non è una trattativa diplomatica ma una lotta per la sopravvivenza.
2. La “Pasdaranizzazione” del potere iraniano
Il cuore dell’analisi di Sequi riguarda il mutamento genetico del potere a Teheran. Con l’indebolimento della figura dell’arbitro (la guida suprema Khamenei), il potere si sta spostando dal clero a una leadership militare-collettiva: i Pasdaran.
- La guerra come strategia: per i falchi militarizzati, la pace è più pericolosa della guerra. La pace porta richieste di normalizzazione e proteste; la guerra giustifica la repressione del dissenso e la logica dell’assedio permanente.
- La frattura interna: si consuma lo scontro tra i “pragmatici” (che temono il collasso economico) e i “pasdaranizzati” (che vedono nell’escalation lo strumento per mantenere il potere).
3. Hormuz come la bomba atomica
Il baricentro della crisi si è spostato dal nucleare al controllo dei flussi. Lo Stretto di Hormuz è diventato il centro della “coercizione reciproca”.
- L’Iran afferma che “Hormuz vale quanto una bomba atomica”: la sovranità non si misura più solo sul territorio, ma sulla capacità di bloccare energia, shipping e supply chain globali.
- L’obiettivo iraniano non è battere militarmente gli USA, ma aumentare a dismisura il “costo sistemico” per Washington, costringendo Trump a proteggere simultaneamente stabilità energetica e mercati globali.
4. La “proxyficazione” dello Stato
L’Iran sta subendo una trasformazione psicologica e strutturale profonda:
- Da espansione a sopravvivenza: Se prima la vittoria era espandere l’influenza, oggi è semplicemente non crollare.
- L’Iran come proxy di se stesso: lo Stato iraniano ha adottato la logica asimmetrica e resiliente che un tempo imponeva alle sue milizie satelliti. È diventato un attore disperso e clandestino, focalizzato sulla “sopravvivenza armata permanente”.
Conclusione: Il paradosso finale è che il tentativo americano di contenere la Repubblica Islamica sta accelerando la nascita di un Iran ancora più militarizzato, securitario e organizzato attorno a una logica di assedio perpetuo.
10 maggio 2026





