Il difficile futuro post pandemico della Cina

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La Cina, dopo Covid e la guerra in Ucraina, continua ad incontrare grandi difficoltà

Il dragone ha avuto una crescita rapidissima, e ora rischia di iniziare il suo declino: è proprio adesso che può diventare più pericoloso. Un analista del ministero degli Esteri giapponese riassume così l’anno che si trova davanti la Repubblica popolare cinese, e con essa i paesi occidentali con cui sarà costretta a relazionarsi (...) Secondo il Fondo monetario internazionale quest'anno il Dragone potrebbe arrivare a crescere fino al 5,2 percento, potenzialmente contribuendo alla stabilità economica globale, ma il clima è incerto, e il problema resta l'autoritarismo di Pechino e le tensioni politiche internazionali (...) L'autoritarismo di Xi Jinping e il controllo del Partito in tutti i settori chiave, dalla finanza alla tecnologia, rendono molto complicato il ritorno a un clima di fiducia. È anche per questo che il tentativo diplomatico di Pechino di riaprire al business as usual con l'Europa è fallito. Il commento di Giulia Pompili sul sito Linkiesta.

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Il nord fa test missilistici, il sud vota. La “normalità” coreana nella pandemia

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Nel mezzo di una pandemia che sta sconvolgendo l’agenda politica di quasi tutti i paesi, nella penisola coreana due eventi paralleli ricordano il mondo di prima, ma assumono anche significati profondamente diversi. La Corea del nord ieri ha testato diversi missili antinave, ed è il quinto test missilistico dall’inizio dell’anno. In Corea del sud invece oggi si vota, con una legge elettorale nuova, nel mezzo di una epidemia, e saranno le prime elezioni generali da quando è stato eletto il presidente democratico Moon Jae-in.

Le attività militari in Corea del nord hanno avuto una recente accelerazione, e probabilmente sono legate a un anniversario importante, il Giorno del Sole, che cade oggi, il 15 aprile, e corrisponde all’anniversario della nascita del fondatore della patria Kim Il Sung. Insieme ad alcune ispezioni alle Forze armate, Kim Jong Un ha presieduto sabato scorso una anomala riunione del Politburo del Partito dei lavoratori, per “rafforzare le contromisure” contro la pandemia e per nominare la sorella del leader, Kim Yo Jong, membro non permanente del Politburo. Il giorno dopo si è tenuta (con due giorni di ritardo, uno slittamento che ha fatto impazzire gli analisti) la riunione dell’Assemblea popolare suprema, consueto appuntamento in cui l’organo legislativo di Pyongyang redige la programmazione annuale: per i funzionari nordcoreani il paese nel 2020 crescerà del 4.2 per cento, altro che epidemia. Del resto Pyongyang continua a negare che ci sia stato anche solo un caso sul territorio nazionale, e i dati sui tamponi consegnati settimanalmente all’Organizzazione mondiale della sanità sono impossibili da verificare. E’ vero che la Corea del nord è stato il primo paese a chiudere i confini e a obbligare gli stranieri in ingresso alla quarantena, ma questo tipo di chiusura è anche un dramma economico per Pyongyang: fermi i traffici al confine con la Cina, fermi i pochi scambi col resto del mondo. Un mese fa il leader Kim Jong Un, senza riferirsi direttamente all’epidemia che intanto esplodeva al Sud, ha ordinato la costruzione entro ottobre di un nuovo ospedale nella capitale Pyongyang. Poco dopo il presidente americano Donald Trump, che da mesi ignora lo stallo della questione nordcoreana, ha inviato una lettera al leader offrendo il supporto americano “nel lavoro antiepidemia”, e a Trump ha risposto la sorella Kim Yo Jong: grazie, vi faremo sapere. A Washington, proprio come a Pechino, sanno che un’emergenza è il miglior modo per riaprire canali diplomatici. A Sud del 38° parallelo Seul rinnova il suo Parlamento, 300 seggi, e per la prima volta ci sono molti più partiti da votare e la scheda elettorale è lunga 48.1 centimetri, il che richiederà il conteggio manuale e non quello automatico, come sarebbe imposto dalle nuove regole di distanza sociale. La Corea del sud può permettersi le elezioni durante un’epidemia perché finora è riuscita a gestire i contagi benissimo, e anche per le elezioni può affidarsi alla tecnologia: da anni in Corea del sud si può votare anche i due giorni precedenti alle elezioni, è molto facile registrarsi per votare. Chi si è registrato ed è in quarantena, ma senza sintomi, può andare ai seggi dalle 5 alle 7 di sera, può andare solo a piedi o con mezzo privato, saranno controllati dall’app di tracciamento. Gli operatori ai seggi avranno la tuta protettiva, mascherina e guanti, e lavoreranno protetti da un vetro. E’ la prima elezione durante una pandemia ed è anche la prima prova elettorale di metà mandato per il democratico Moon Jae-in, che finora aveva puntato tutto il suo capitale politico sull’apertura al Nord – facendo ben poco, dice l’opposizione, sul lato economico. E’ un nordcoreano uno dei candidati più famosi alle elezioni democratiche del Sud che si stanno svolgendo in queste ore. Thae Yong-ho è uno dei disertori di più alto livello della storia moderna coreana. Era un importante diplomatico di Pyongyang, viceambasciatore della Corea del nord a Londra, e di lui si parla soprattutto dal 2016, quando è scappato al Sud. A distanza di quattro anni si è candidato con lo United Future Party, partito conservatore all’opposizione a Seul, e deve vincere il popoloso e ricco distretto di Gangnam (quello della canzone) a Seul. Thae è un personaggio perfetto per il Sud perché sa esattamente che cosa la gente vuole sapere di lui: “Chiedetemi tutto, chiedetemi se sono una spia dei nordcoreani, se sono comunista”, ripete durante i comizi: “Questa elezione è una guerra tra me e Kim Jong Un!”. E quella di una democrazia contro il virus.

Giulia Pompili – Il Foglio – 15 aprile 2020

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Perché adesso i miliardari in Cina hanno paura del post coronavirus

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Quando un milionario cinese sparisce, gli altri si appuntano meglio la spilletta del Partito al bavero della giacca. Ren Zhiqiang, 68 anni, ex presidente della Huayuan Property Company, quasi un mese fa era sparito nel nulla e l’altro ieri la sezione di Pechino del Partito comunista cinese ha confermato: Ren è sotto indagine per “gravi violazioni delle norme disciplinari”, una formula volutamente vaga che di solito porta ad arbitrari provvedimenti. Ren Zhiqiang è un membro dell’élite del Partito comunista, gode di ottime relazioni, a seconda delle fonti viene descritto amico personale e forse addirittura pupillo del vicepresidente Wang Qishan (il “re filosofo” di Pechino, come lo definisce il Financial Times). Ma Ren è famoso soprattutto per le sue critiche esplicite contro la leadership del presidente Xi Jinping. La “grave violazione” di cui parla il Partito è quasi sicuramente un suo lungo articolo, circolato molto sui media cinesi a marzo, in cui raccontava la videoconferenza del Partito del 23 febbraio scorso. E’ la riunione in cui Xi – che Ren descrive e ridicolizza senza mai menzionarlo – ha parlato ai 170 mila funzionari e pronunciato un discorso che però, ed ecco la grave accusa secondo Ren, non parlava mai dell’emergenza virus: “Non c’era un imperatore che mostrava i suoi ‘nuovi vestiti’, ma un pagliaccio che si spogliava e continuava a insistere di essere un imperatore”. E poi: “Trattiene pezzi di un perizoma cercando di nascondere la sua nudità, e non nasconde la sua risoluta ambizione di diventare imperatore”. Nel 2016, quando Xi domandò ai media di essere “più fedeli al Partito”, Ren Zhiqiang aveva scritto ai suoi 37 milioni di follower su Weibo, il social network di microblogging cinese: “Quand’è che il governo del popolo si è trasformato nel governo del Partito? I media sono finanziati con le quote associative del Partito?”. Per quel messaggio l’Amministrazione del cyberspazio cinese lo aveva bannato dai social, ed era stato messo sotto indagine dal Partito. Un anno dopo, commentando durante un evento pubblico del magazine Caijing le rigide regole dell’hukou, cioè il sistema di registrazione famigliare, aveva paragonato la Cina alla Corea del nord. Prima delle sparate contro il Partito qualcuno lo paragonava a Donald Trump per l’atteggiamento da spregiudicato businessman: nel 2010 durante un altro evento pubblico un ragazzo gli tirò le due scarpe, e lui proseguì ridendo, e dicendo che forse era solo uno che non poteva permettersi una casa. Ren è soprannominato da tempo “big cannon” perché è uno dei pochissimi milionari cinesi a criticare apertamente il Partito, e finora era stata probabilmente la sua amicizia con Wang Qishan a “salvarlo”. Ren Zhiqiang è uno spregiudicato immobiliarista che ha fatto i soldi sfruttando il sistema capitalistico “con caratteristiche cinesi”, fatto di amicizie e corruzione: insomma, non è uno stinco di santo. Ma è il simbolo di una classe imprenditoriale che senza l’appartenenza al Partito può avere libertà d’impresa fino a un certo punto, di sicuro non fino a diventare milionari. E in questo sistema il critico Ren è una scheggia impazzita, un’anomalia: nessun imprenditore o capitano d’industria vuole rischiare di sparire per parlar male della leadership di Xi Jinping, cioè l’uomo che ha contribuito ad arricchirlo. E sul capitalismo cinese, poi, esiste sempre l’ombra dell’espropriazione da parte del Partito: dopo la pandemia, anche l’economia cinese potrebbe subìre un contraccolpo gigantesco, e Xi Jinping potrebbe essere disposto a mettere in campo tutte le opzioni. Anche quelle dell’esproprio. Secondo una fonte diplomatica del Foglio che preferisce rimanere anonima per la delicatezza della materia, molti uomini d’affari cinesi, anche fedelissimi, stanno cercando di mettere al sicuro alcuni risparmi, un piano B nel caso le cose si mettessero male nel dopo pandemia. Se il Partito dovesse voler indietro tutto, una casa in Thailandia comprata con un fondo offshore è l’unica garanzia.

Giulia Pompili –Il Foglio – 10 aprile 2020

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