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Esteri

Le vie della forza

Massimo Gaggi, sul Corriere della Sera, pubblica un articolo in cui analizza le azioni e i risultati di Donald Trump in Medio Oriente, in particolare il raggiungimento di una tregua con scambio di prigionieri/ostaggi tra Israele e Hamas, e si interroga sulla sua possibile candidatura per il Premio Nobel per la Pace.

Il “Metodo Trump” in Medio Oriente

Gaggi sottolinea che Trump, spinto dall’ossessione per il Nobel, dalla rabbia per l’attacco israeliano in Qatar (alleato USA) e dal desiderio di onorare le sue promesse elettorali di far tacere le armi, ha adottato un approccio di “dealmaking molto muscolare”, lontano dalle regole della diplomazia tradizionale.

·  Efficacia del Metodo: nonostante le sue tattiche e il suo modo di mettere l’ego davanti alle regole creino problemi in patria (con mosse che rasentano la crisi costituzionale), il “metodo Donald Trump funziona” in Medio Oriente.

·  Pressione su Israele: il risultato della tregua è stato raggiunto esercitando una pressione brutale su Benjamin Netanyahu, un livello di coercizione che nessun precedente presidente americano aveva osato usare.

·  Interlocutori autoritarî: i linguaggi e gli atteggiamenti autoritarî di Trump sono paradossalmente efficaci con interlocutori arabi che sono sovrani assoluti e con un leader israeliano che da anni forza le regole democratiche.

·  Azione mediatica e politica: Trump ha usato la sua forza di “schiacciasassi”, anche mediaticamente, costringendo Netanyahu a scusarsi con l’emiro del Qatar e garantendo immediatamente la sicurezza del Qatar con un ordine esecutivo, un chiaro segnale di sfiducia verso Israele.

Le incognite e i precedenti di Trump

L’autore riconosce che tregua e scambio di prigionieri sono solo il primo e più facile passo. Rimangono grandi incognite sul ritiro di Israele da Gaza, il disarmo di Hamas e il futuro della Striscia e della Cisgiordania. Tuttavia, negoziare con un’organizzazione terroristica non poteva seguire le regole diplomatiche tradizionali, e a Trump viene riconosciuto di aver colto un primo obiettivo sul quale altri mediatori hanno fallito per due anni.

  • Accordi di Abramo: già nel suo primo mandato, Trump aveva dimostrato di poter cucire intese considerate impossibili (come la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, Bahrein, Marocco, Sudan), usando tecniche non ortodosse (logica degli affari e difesa comune contro l’Iran) e accantonando la questione dei diritti umani.
  • Secondo mandato: anche il suo secondo mandato è partito nel segno di stretti rapporti finanziari e tecnologici con i Paesi del Golfo.

Il sogno del Nobel per la pace

L’articolo si conclude con l’interrogativo sul Nobel per la Pace.

  • Contraddizioni: l’idea che Trump possa riceverlo stride con le sue azioni, come la distruzione con missili di battelli di presunti narcotrafficanti venezuelani (con minacce di interventi diretti per destituire Maduro).
  • Precedenti storici: tuttavia, l’autore nota che quattro presidenti americani (Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson, Jimmy Carter e Barack Obama) hanno già ricevuto il Nobel in passato, a volte “senza grande merito”. Pertanto, potrebbe toccare anche a Trump, non necessariamente nell’immediato.
  • 10 ottobre 2025