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Esteri

Erdogan, gli arabi: così Hamas ha detto sì

Francesco Battistini pubblica sul Corriere della Sera, un articolo in cui analizza il ruolo chiave degli attori regionali, in particolare la Turchia e gli stati arabi, nel convincere Hamas ad accettare l’accordo per una tregua, evidenziando le sfide e le dinamiche diplomatiche.

Punti chiave dell’accordo e post-tregua

  • Plauso ai mediatori: Donald Trump ha pubblicamente lodato, tramite un post, i “costruttori di pace” (Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Giordania e altri) che hanno spinto Hamas ad accettare l’accordo.
  • Oneri per gli Stati “Fratelli”: il compito principale, in caso di pace duratura, ricadrà sugli Stati arabi e musulmani. Toccherà a loro:
    • Dislocare 5.000 poliziotti dell’Autorità Palestinese, già addestrati al Cairo e ad Amman, per pattugliare la Striscia di Gaza.
    • Costringere i 15.000 agenti di Hamas a dismettere le divise.
    • Reclutare nuove forze, evitando l’errore commesso in Iraq dopo Saddam di licenziare e trasformare in nemici eterni gli ex membri del regime.
  • Voce contraria: Ziad al-Nakhalah, leader della Jihad Islamica, ha espresso riserve, minacciando di “non soccombere alle condizioni e ai diktat dell’entità sionista”.

I protagonisti della mediazione

I capi di Hamas hanno riconosciuto che la partecipazione del premier del Qatar e delle intelligence turca ed egiziana ha dato “forte impulso ai negoziati” e ridotto il margine di sabotaggio di Netanyahu.

  • Egitto: ha ospitato i tavoli negoziali a Sharm el Sheikh. Il feldmaresciallo Abdel Fattah al Sisi ha cercato di anticipare il merito del successo, ma l’Egitto ha dovuto affrontare la diffidenza israeliana a causa dei rapporti gelidi tra Sisi e Netanyahu e l’irremovibilità del Cairo su punti come lo sfollamento dei gazawi o la presenza militare israeliana al confine.
  • Qatar: nonostante lo shock per un bombardamento israeliano su Doha, l’emirato ha partecipato, sebbene il suo ruolo fosse limitato dalla mancanza di relazioni diplomatiche formali con Israele, parlando solo con il capo del Mossad, David Barnea.
  • Turchia (Recep Tayyip Erdogan): si è aggiudicata l’alloro di “grande mediatore”. Erdogan, precedentemente escluso, ha sfruttato una duplice strategia diplomatica:
    • L’ottimo rapporto con Donald Trump.
    • L’ospitalità offerta a molti capi di Hamas, che possiedono passaporto turco e attività ad Istanbul/Ankara.
    • Il ruolo cruciale dell’intelligence, in particolare del capo Ibrahim Kalin e del ministro degli Esteri Hakan Fidan.
  • Il ruolo determinate di Ankara: La mediazione turca è stata determinante, e il suo successo è visto anche in un’ottica di politica regionale, in quanto finisce per oscurare l’Iran, considerato l’ex padrone di Gaza, che ha reagito con freddezza all’accordo.
  • 10 ottobre 2025