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Esteri

Bolsonaro e i ragazzini

Beppe Severgnini ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale scrive di una legge che risale al 1992 ed era a dir poco generosa: bastava dimostrare d’avere un antenato italiano, a partire dall’unità d’Italia, e si poteva chiedere la cittadinanza. Conoscenza della lingua e della cultura italiana, legami o interessi in Italia? Non contavano. E il signor Flavio Bolsonaro ne ha approfittato.

Scrive Severgnini: “ Risultato prevedibile: sul passaporto italiano si sono buttati in milioni, dovunque. A molti, dell’Italia, non importava nulla, anche perché non ne sapevano niente. Non parlavano italiano, non mantenevano relazioni in Italia, spesso non avevano un cognome italiano. Volevano solo un passaporto dell’unione europea per andare dove volevano. La vicenda del brasiliano Flávio Bolsonaro è questa. Un trisnonno in Veneto e voilà, passaporto italiano in tasca, da presentare all’aeroporto di Miami. Certo, non tutti i neo-cittadini sono candidati presidenziali in fuga. La maggior parte sono persone in cerca di un’opportunità all’estero o di una vacanza più facile. Immagino che alcuni lettori siano stati contattati da perfetti sconosciuti in cerca di un trisavolo italiano. A me è accaduto. Ottenute le informazioni che volevano, sono spariti”.

E continua: “A chi non abbiamo pensato? A chi è nato in Italia da genitori stranieri, è cresciuto qui e qui ha studiato: può chiedere la cittadinanza solo al compimento della maggiore età, e ottenerla qualche tempo dopo. Per la destra al governo, come sappiamo, ogni modifica al sistema è tabù. Ma è un tabù miope”.

Beppe Severgnini affronta il tema della cittadinanza italiana, mettendo in evidenza una contraddizione del sistema legislativo italiano: è stato a lungo più facile ottenere la cittadinanza per chi aveva un lontano antenato italiano che per chi è nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri.

1. Una legge troppo generosa

La legge del 1992 consentiva di ottenere la cittadinanza italiana dimostrando di avere anche un antenato italiano risalente all’Unità d’Italia, senza richiedere la conoscenza della lingua, della cultura o un effettivo legame con il Paese.

Questa possibilità ha attirato milioni di richieste, spesso motivate esclusivamente dal desiderio di ottenere un passaporto europeo. Il caso di Flávio Bolsonaro, che ha ottenuto la cittadinanza grazie a un trisnonno veneto, è l’esempio emblematico citato dall’autore.

La situazione ha provocato un sovraccarico dei consolati e dei tribunali italiani.

2. La correzione della legge e le sue contraddizioni

Nel 2025 la normativa è stata modificata, restringendo il diritto alla cittadinanza a chi può dimostrare di avere un nonno esclusivamente italiano.

Severgnini riconosce la necessità di correggere gli eccessi della precedente legislazione, ma critica il fatto che continui a non essere richiesta la conoscenza della lingua italiana.

3. I veri dimenticati: i ragazzi nati e cresciuti in Italia

Il punto centrale dell’articolo riguarda però i figli di immigrati nati in Italia, che frequentano le nostre scuole, parlano italiano e condividono la vita sociale e culturale del Paese.

Questi ragazzi possono chiedere la cittadinanza soltanto al compimento dei 18 anni e devono poi attendere per ottenerla.

L’autore considera questa situazione profondamente ingiusta e miope, soprattutto perché la politica italiana, in particolare la destra al governo, considera un tabù qualsiasi modifica delle regole.

4. Le conseguenze sociali e psicologiche

Severgnini sottolinea un aspetto spesso trascurato: i bambini inizialmente non percepiscono la differenza, ma gli adolescenti sì.

Durante una gita scolastica, un viaggio all’estero o un’attività che richiede il passaporto, scoprono di non avere gli stessi diritti dei compagni con cui sono cresciuti.

Questa discriminazione genera amarezza, frustrazione e desiderio di rivalsa, rischiando di allontanare dalla comunità nazionale proprio giovani che ne fanno già pienamente parte.

Il messaggio centrale dell’articolo

La critica di Severgnini è rivolta a una politica che ha mostrato eccessiva generosità verso chi cercava la cittadinanza italiana per convenienza, ma continua a essere restrittiva verso chi l’Italia la vive quotidianamente.

La cittadinanza non dovrebbe dipendere soltanto dalla discendenza anagrafica, ma anche dal legame reale con il Paese, dalla crescita, dalla formazione e dalla partecipazione alla sua vita sociale.

Il paradosso denunciato è che un ragazzo nato e cresciuto in Italia può sentirsi straniero nel proprio Paese, mentre una persona che non ha mai avuto alcun rapporto con l’Italia può diventare cittadino italiano grazie a un antenato lontano.

Una considerazione conclusiva

L’articolo pone una questione che va oltre la normativa: che cosa significa oggi essere italiani?

Per Severgnini, una comunità nazionale dovrebbe riconoscere come propri i giovani che sono cresciuti al suo interno, anziché considerarli stranieri fino al compimento della maggiore età.

La vera integrazione non si costruisce escludendo, ma riconoscendo appartenenza e diritti a chi già condivide la nostra società.

1 novembre 2026