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Esteri

La strana guerra

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale descrive la guerra nel Golfo come una “strana guerra”: poco visibile, combattuta soprattutto con attacchi aerei e navali, relativamente limitata nelle vittime ma con conseguenze geopolitiche enormi e ancora difficili da valutare.

Scrive Rampini: ”Sul versante americano, la fretta di chiudere da parte di Trump era chiara da tempo ed è comprensibile. Pur essendo un conflitto «combattuto dal cielo e dal mare», con un numero davvero minimo di vittime, rimane straordinariamente impopolare. In confronto a guerre ben più cruente e tragiche — Vietnam, Iraq — questa ha visto una maggioranza degli americani contraria fin dalle prime ore. Trump ha perso consensi a sinistra e a destra. Ne risente anche la qualità dell’informazione, visto che i due terzi dei media Usa «tifano» dall’inizio per la sconfitta del proprio Paese”.

E prosegue: ”La sconfitta sarà reale, se Trump non porta a casa i due risultati essenziali. Primo: rinuncia o congelamento a lungo termine del piano nucleare iraniano, in termini più solidi e affidabili rispetto al debole accordo negoziato da Barack Obama nel 2015 (che prevedeva solo un rinvio). Secondo: la riapertura di Hormuz deve essere gratuita e incondizionata, un ritorno alla libertà di navigazione in vigore prima della guerra. Qualsiasi pedaggio, quand’anche fosse condiviso con l’Oman (altra nazione rivierasca) o mascherato come «pagamento di servizi» alle navi in transito, darebbe un vantaggio geopolitico al regime iraniano, oltre che una nuova fonte di entrate per il riarmo. Per quanto Trump voglia manipolare la realtà, non avrà vinto se l’esito su quei due fronti non è chiaro. Rimangono altri dossier da chiarire: arsenali missilistici dei Pasdaran, sostegno al terrorismo”.

Il punto di partenza è l’annuncio di un accordo da parte di Donald Trump. Rampini però invita alla prudenza: per capire chi abbia davvero vinto bisogna vedere i dettagli concreti dell’intesa, soprattutto su due questioni decisive:

  • il programma nucleare iraniano;
  • la riapertura dello Stretto di Hormuz e la libertà di navigazione.

Secondo l’autore, Trump aveva fretta di chiudere il conflitto perché la guerra era molto impopolare negli Stati Uniti, nonostante il numero relativamente basso di vittime. Inoltre, la censura in Iran rende difficile capire quanto il regime di Teheran sia realmente indebolito: ufficialmente resiste ancora, mentre aumentano repressione ed esecuzioni.

Rampini sostiene che Trump potrà parlare di vittoria solo se otterrà:

  1. un vero blocco o congelamento del nucleare iraniano;
  2. la riapertura totale e gratuita di Hormuz, senza vantaggi economici o strategici per l’Iran.

Altrimenti, la guerra rischierebbe di trasformarsi in una sconfitta politica americana.

L’articolo allarga poi lo sguardo agli effetti geopolitici:

  • gli Stati Uniti rafforzano la loro influenza energetica mondiale, avendo venduto più petrolio e gas durante la crisi;
  • Benjamin Netanyahu ottiene un indebolimento dell’Iran, anche se non riesce a trascinare a lungo Washington nel conflitto;
  • le monarchie arabe del Golfo cercano un nuovo equilibrio regionale, pur sapendo che resterà instabile.

Rampini sottolinea anche il dramma del popolo iraniano, schiacciato dalla repressione interna e ancora lontano da un cambiamento di regime. Secondo lui, saranno gli iraniani stessi a decidere in futuro il destino del Paese.

Infine individua due vincitori inattesi:

  • Ucraina, diventata un modello tecnologico e militare soprattutto nella guerra con i droni;
  • Taiwan, che studia il conflitto per capire come un Paese più debole possa difendersi da una grande potenza usando tecnologie “asimmetriche” e a basso costo.

La conclusione è che questa guerra, pur breve e confusa, cambierà strategie militari ed equilibri geopolitici per molti anni.

24 maggio 2026