Fra qualche giorno si vota negli Stati Uniti per le elezioni di Midterm.La cattura di Maduro: la notizia è diventata una questione di potere e di transizione politica. All´ex dittatore venezuelano sono state formulate nuove accuse. La procura statunitense ha annunciato nuovi capi di imputazione, Maduro e moglie sono entrambi in carcere a New York e se ne parlerà nella seconda parte del prossimo anno. Le elezioni di metà mandato non sostituiranno Trump, ma rischiano di paralizzarne l’azione di governo se i Democratici dovessero vincere sia alla Camera sia al Senato. Qualsiasi cosa succeda, Trump rimarrà presidente, ma questo non significa che il voto sarà senza conseguenze. Se i Repubblicani dovessero perdere il controllo sia della Camera sia del Senato, l’amministrazione si ritroverebbe quasi paralizzata. Ogni senatore viene eletto dagli elettori del proprio Stato, quindi anche in questo caso le corse realmente decisive sono poche. Questa tornata elettorale avrebbe dovuto essere favorevole ai Repubblicani, perché gli Stati che vanno al voto sono per lo più o sicuri per il partito di Trump, o difficilmente difendibili dai Democratici. L’impopolarità di Trump ha però cambiato le cose.
La Camera degli Stati Uniti viene rinnovata completamente ogni due anni. Tutti e 435 i Rappresentanti devono affrontare un’elezione per tornare a Washington per un altro mandato. Il sistema elettorale è quello che negli Usa si chiama first past the post, che in Italia chiameremmo maggioritario a collegi uninominali.
Tutto il Paese viene diviso in 435 collegi di popolazione il più possibile simile, almeno uno per Stato. Stati molto poco popolosi, come l’Alaska ad esempio, hanno un solo collegio grande come l’intero territorio statale. In ogni singolo collegio, chi vince anche solo di un voto ottiene il seggio. Questo è uno degli elementi del sistema elettorale statunitense che favorisce maggiormente l’assetto bipartitico.
Torniamo al nostro Tycoon, che sembra le stia sbagliando tutte, dalla promessa solenna di porre fine a tutte le guerre a quella di contenere l´andamento dell´inflazione negli Stati Uniti e, ben si sa, che gli americani sono particolarmente sensibili su questi temi.
La vicenda venezuelana è tuttora nelle cronache internazionali, ma è cambiata la domanda centrale.
Non si tratta più soltanto della cattura dell’ex presidente venezuelano, avvenuta il 3 gennaio 2026: si tratta di capire quale assetto politico nascerà dopo la sua rimozione e quale ruolo manterranno gli Stati Uniti.
Due notizie recenti mostrano che la partita è ancora in corso.
- Il processo americano. Reuters ha riferito l’8 ottobre che Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati raggiunti da nuove accuse relative a presunti atti di tortura contro oppositori e cittadini americani. Entrambi negano le accuse; il processo è previsto per il 1º giugno 2027.
- Il futuro politico del Venezuela. Secondo l’Associated Press del 26 ottobre, María Corina Machado è rientrata nel Paese dopo mesi all’estero. Washington dichiara di voler favorire elezioni credibili nel 2027 e una riforma delle istituzioni elettorali e giudiziarie. Una data per il voto, però, non è stata fissata.
Qui emerge una questione politica fondamentale: rimuovere un presidente non equivale a costruire una democrazia funzionante. Occorre verificare se il nuovo assetto garantirà elezioni competitive, libertà di stampa, indipendenza delle istituzioni e possibilità per l’opposizione di esercitare il potere.
La permanenza di Delcy Rodríguez alla guida delle autorità ad interim, nonostante il carattere temporaneo dell’incarico, è uno degli elementi che rendono ancora incerto il percorso.
Per capire che cosa ne pensano gli americani, bisogna inoltre distinguere la copertura giornalistica dal consenso dell’opinione pubblica: le notizie consultate documentano l’evoluzione politica e giudiziaria, ma non bastano a stabilire quanto gli elettori approvino l’operazione militare.
3. Il Board of Peace: è il caso meno seguito dal grande pubblico, ma non è fermo
Il progetto è ancora operativo, ma incontra difficoltà concrete.
La stampa americana continua a occuparsene soprattutto attraverso le difficoltà della tregua, la ricostruzione di Gaza, il finanziamento degli interventi e il rapporto con le Nazioni Unite.
Il Board of Peace era stato presentato da Trump come uno strumento per gestire la fase successiva alla guerra di Gaza, ma il presidente ha prospettato anche un ruolo più ampio nella gestione dei conflitti internazionali. È proprio questa estensione delle ambizioni a suscitare interrogativi sulla sua legittimità e sul rapporto con l’ONU.
Le notizie più recenti sono significative:
- 23 settembre: l’Associated Press riferisce di un piano da 2,45 miliardi di dollari per avviare 66 progetti di ricostruzione. Tuttavia, nonostante la tregua, la ricostruzione non è ancora partita e restano irrisolti il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano e l’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione.
- 25 settembre: l’AP rivela che esponenti del Board e rappresentanti palestinesi hanno incontrato riservatamente l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nonostante il Board abbia pubblicamente ridimensionato il ruolo dell’organizzazione. È un esempio di quanto la diplomazia effettiva possa differire dalle dichiarazioni ufficiali.
- 26 ottobre: Axios riferisce la nomina di Shelley Greenspan, già funzionaria dell’amministrazione Biden, per curare i rapporti del Board con il Congresso e i centri di ricerca di Washington. L’obiettivo dichiarato è ampliare il sostegno bipartisan al piano, che incontra ritardi.
C’è anche una questione istituzionale di fondo: chi controlla il Board, chi ne finanzia le attività, quali poteri possiede realmente e quali garanzie offre alla popolazione palestinese? Reuters ha sottolineato che il mandato riconosciuto dall’ONU riguarda Gaza, mentre l’autorità dell’organismo al di fuori di quel territorio rimane poco chiara
Il Board, dunque, non è scomparso: è passato dalla fase degli annunci a quella, molto più difficile, della verifica dei risultati.
Che cosa ci dice il confronto?
| Vicenda | Situazione al 29 ottobre 2026 | Perché continua a contare |
| Epstein | Indagini e controversie sulla pubblicazione dei documenti ancora aperte | Trasparenza, responsabilità e fiducia nelle istituzioni |
| Maduro | Processo negli USA e transizione venezuelana in corso | Legittimità dell’intervento americano e futuro democratico del Venezuela |
| Board of Peace | Progetti annunciati, ma ostacoli politici, finanziari e operativi | Ruolo degli Stati Uniti, ricostruzione di Gaza e rapporto con l’ONU |
È calato il silenzio negli Stati Uniti?
La risposta, sulla base delle notizie che ho verificato, è no, non c’è un silenzio generalizzato. C’è piuttosto una diversa distribuzione dell’attenzione.
Il caso Epstein continua a generare inchieste e polemiche politiche; il Venezuela è seguito soprattutto attraverso il processo a Maduro e il futuro delle istituzioni; il Board di Trump è raccontato attraverso i suoi problemi di attuazione.
Va aggiunta una cautela: questa verifica documenta la presenza di notizie recenti, non misura scientificamente quante volte ogni argomento appaia sui giornali o quanto spazio gli venga dedicato. Non consente quindi di affermare che l’attenzione americana sia rimasta costante.
La questione più interessante, a mio avviso, è un’altra: quanto dura la capacità dell’informazione di chiedere conto al potere delle proprie promesse e delle proprie responsabilità?
Nel caso Epstein, la domanda riguarda la trasparenza e la giustizia; nel caso Maduro, gli obiettivi e le conseguenze dell’intervento militare; nel caso del Board of Peace, la distanza fra la proclamazione di una nuova diplomazia e i risultati sul terreno.
Il rischio del ciclo mediatico è che l’annuncio di un’operazione o di un nuovo organismo produca più attenzione del suo esito concreto. Per capire se ciò stia accadendo, non basta contare le prime pagine: bisogna seguire le indagini, gli atti giudiziari, i finanziamenti effettivamente erogati e gli impegni realmente rispettati.
Ecco perché, pur con dinamiche molto diverse, nessuna delle tre vicende può essere considerata conclusa soltanto perché se ne parla meno.
31 ottobre 2026
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