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Economia

Natalità e lavoro femminile: il fiato corto dei bonus

La prof.ssa Veronica de Romanis ha pubbl;icato su La Stampa un editoriale nel quale sostiene che con 1157 miliardi spesi nel 2025 e la variazione del Prodotto interno lordo (Pil) ferma allo 0,6 è evidente che spendere non basta per crescere. I risultati dipendono dall’impiego delle risorse: un principio da temere a mente mentre si prepara la legge di Bilancio. Lo dimostra il caso dei bonus introdotti per contrastare il calo delle nascite e sostenere l’occupazione femminile.

Scrive de Romanis: “ Da anni vengono, così, elargiti bonus di ogni tipo, nella speranza di veder aumentare la natalità e, allo stesso tempo, il lavoro per le donne (…) Fino alla soglia Isee di circa 45 mila euro, l’importo diminuisce progressivamente, ma oltre tale limite si continua comunque a ricevere una somma seppur contenuta e pari a circa a cinquanta euro mensili. L’ammontare medio per figlio è di 172 euro per un costo complessivo di circa 20 miliardi l’anno (…) Quanto al bonus: per l’asilo nido varato nel 2016 per aiutare le famiglie con bimbi sotto i tre anni. Gli importi si attestano a 3mila euro con Isee inferiore a 25mila, 2.500 tra 25mila e 40 mila e 1.550 con Isse sopra 40 mila. La legge di Bilancio 2025 ha portato l’importo a 3600 euro ma solo per i nati dopo il 1° gennaio 2024. Anche in questo caso, i dati meritano attenzione: nel 2025, il tasso di utilizzo tra le famiglie a reddito medio è stato quasi il doppio di quello dei nuclei a basso reddito, che pure avrebbero diritto ai contributi maggiori ”.

E conclude: “A conti fatti, i bonus “mirati”, quelli destinati a coprire un determinato servizio, risultano più efficaci, ma solo quanto il contesto economico ne consente l’utilizzo. La lezione è chiara: la spesa corrente, fatta di bonus, incide poco sulla curva demografica e sull’occupazione femminile se non accompagnata da investimenti e riforme. Come è noto, però, quel tipo di spesa è funzionale alla raccolta di consenso politico ”.

«Natalità e lavoro femminile: il fiato corto dei bonus» – La Stampa

L’editoriale di Veronica de Romanis mette in discussione l’efficacia della politica italiana dei bonus per contrastare il calo delle nascite e favorire l’occupazione femminile. La tesi centrale è che spendere molto denaro pubblico non significa necessariamente ottenere risultati: conta soprattutto come vengono utilizzate le risorse.

1. Il problema demografico italiano

L’Italia attraversa una crisi demografica particolarmente grave:

  • La spesa pubblica nel 2025 ha raggiunto 1.157 miliardi di euro.
  • La crescita del Pil si è fermata allo 0,6%.
  • Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, contro una media europea di 1,34.

Nonostante i numerosi incentivi economici introdotti negli ultimi anni, le nascite continuano a diminuire e l’occupazione femminile non cresce quanto auspicato.

2. Assegno unico: risultati limitati

L’assegno unico universale costa circa 20 miliardi di euro all’anno e garantisce mediamente 172 euro mensili per figlio.

La maggiorazione prevista per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano ha prodotto effetti positivi soprattutto tra i nuclei con redditi medi.

Secondo l’analisi dell’Inps, tuttavia, l’aumento del reddito disponibile può persino ridurre l’offerta di lavoro di alcune madri, soprattutto quelle all’inizio della carriera e con un rapporto più fragile con il mercato del lavoro.

In altre parole, il sostegno economico da solo non riesce a rimuovere gli ostacoli che impediscono a molte donne di lavorare.

3. Bonus asilo nido: più efficace, ma non per tutti

Il bonus asilo nido presenta risultati migliori.

Secondo le stime dell’Inps, aumenta di circa un punto percentuale la probabilità che una madre sia occupata nell’anno successivo alla nascita del figlio.

Ma emerge una contraddizione significativa: nel 2025 le famiglie con reddito medio hanno utilizzato il bonus quasi il doppio rispetto a quelle a basso reddito, nonostante queste ultime abbiano diritto a contributi più elevati.

Il problema è soprattutto territoriale.

Nelle regioni meridionali, come Calabria, Sicilia e Campania, la carenza di opportunità lavorative e di strutture per la prima infanzia spinge molte madri a rimanere a casa.

4. La conclusione: servono investimenti, non soltanto bonus

È questo il passaggio politico ed economico più importante dell’editoriale.

De Romanis distingue tra:

  • Spesa corrente: assegni, trasferimenti e bonus, che distribuiscono risorse alle famiglie.
  • Investimenti strutturali: asili nido, servizi per l’infanzia, infrastrutture, opportunità lavorative e riforme del mercato del lavoro.

I bonus mirati possono funzionare, ma soltanto quando esistono le condizioni concrete per utilizzarli.

La riflessione di fondo

L’autrice rivolge un messaggio preciso alla politica economica italiana: non basta aumentare gli stanziamenti e distribuire incentivi per risolvere problemi strutturali.

La natalità e il lavoro femminile richiedono politiche di lungo periodo, capaci di modificare le condizioni nelle quali le famiglie prendono le proprie decisioni.

Il punto più critico dell’editoriale è il rapporto tra consenso politico e qualità della spesa pubblica. I bonus sono immediatamente visibili, producono un beneficio percepibile e possono essere politicamente convenienti. Gli investimenti in asili, servizi e occupazione richiedono invece tempo, programmazione e risultati meno immediati.

In definitiva, il messaggio di De Romanis è semplice: l’Italia non ha soltanto un problema di risorse da spendere, ma soprattutto di come spenderle.

E questa considerazione è particolarmente importante in un Paese che deve fare i conti contemporaneamente con un debito pubblico elevatissimo, una crescita economica debole, una popolazione che invecchia e una partecipazione femminile al lavoro ancora insufficiente.

30 ottobre 2026