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Esteri

Trump-Putin, la libertà e le promesse tradite

Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale nel quale scrive che gli Stati Uniti a guida Donald Trump ha deciso di abbandonare l’Ucraina al suo destino, di fatto vonsentendo a Vladimir Putin di mettere le mani su questo lembo di Europa.

Scrive Fabbrini: ”Putin non è riuscito ad arrivare a Kiev, ma, in compenso, controlla Washington D.C. Se Biden aveva sostenuto Zelensky, militarmente ed economicamente, sin dal primo giorno dell’invasione russa (24 febbraio 2022), esattamente l’opposto sta facendo Trump, da quando è stato eletto”.

E prosegue: ”Come spiegare il putinismo di Trump? Con fattori personali e politici. Sul piano personale, Trump predilige gli uomini forti, gli strongmen come li ha chiamati Ruth Ben-Ghiat, con i quali fare accordi e soddisfare i suoi interessi personali. Trump è un capo autoritario, che rifiuta tutti i controlli se non «quelli che provengono da lui stesso». L’autoritarismo di Trump non è diverso da quello di Putin. Entrambi condividono il disprezzo per la le procedure della democrazia liberale. Entrambi ritengono che la realtà coincida con sé stessi. Entrambi sono bugiardi che credono alle proprie bugie. Ma oltre ad affinità personali, la posizione pro-putiniana di Trump è giustificata anche da una visione politica, promossa dagli uomini e donne della Heritage Foundation che lavorano nella sua amministrazione. Una visione per la quale il mondo deve essere diviso in poche aree di influenza, ognuna delle quali dominata da una grande potenza. L’Ucraina fa parte “inevitabilmente” della sfera di influenza russa, come ne fanno parte i Paesi dell’Europa orientale, nonostante siano membri dell’Unione europea (Ue) e della Nato. Per Putin, come per Trump, l’Europa non è un’entità politica distinta, bensì è una pura espressione geografica. L’Ucraina va abbandonata al suo destino inevitabile”.

Per concludere: ”Insomma, l’Ucraina è rimasta sola. Il Consiglio europeo, che si è appena concluso, ha fatto bene a ribadire l’impegno «a profondere sforzi costanti per offrire sostegno militare all’Ucraina», così come ha fatto bene «a deplorare la decisione degli Stati Uniti di revocare temporaneamente le sanzioni sul diesel russo». Ma non basta. La libertà non si difende con le promesse”.

1. Trump favorisce Putin e abbandona l’Ucraina

La tesi centrale di Sergio Fabbrini è netta: Donald Trump sta capovolgendo la posizione degli Stati Uniti nei confronti della guerra in Ucraina, favorendo di fatto Vladimir Putin e lasciando solo il popolo ucraino.

Se Joe Biden aveva sostenuto l’Ucraina fin dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, Trump attribuisce invece a Kiev una parte della responsabilità del conflitto, perché vuole avvicinarsi alle democrazie europee, mentre presenta le preoccupazioni russe come una reazione all’espansione dell’influenza occidentale.

Fabbrini cita come esempio il recente accordo sul diesel russo: la sospensione delle sanzioni americane sull’energia russa permette a Mosca di ottenere risorse economiche con cui continuare la guerra. Una scelta che l’autore considera particolarmente contraddittoria, visto che la Russia sostiene anche l’Iran, impegnato in un conflitto con gli Stati Uniti.

2. L’affinità tra Trump e Putin: il disprezzo per la democrazia liberale

Secondo Fabbrini, il rapporto tra i due leader non si spiega soltanto con convenienze diplomatiche ed economiche, ma anche con una somiglianza personale e politica.

Entrambi:

  • prediligono i leader autoritari, gli strongmen, con i quali possono concludere accordi fondati sui rispettivi interessi;
  • rifiutano i controlli istituzionali che limitano il loro potere;
  • disprezzano le procedure e i contrappesi della democrazia liberale;
  • tendono a considerare la propria volontà come misura della realtà.

A questa affinità si aggiunge una precisa visione geopolitica, sostenuta da esponenti della Heritage Foundation presenti nell’amministrazione Trump: il mondo dovrebbe essere diviso in sfere d’influenza dominate dalle grandi potenze.

In questa prospettiva, l’Ucraina apparterrebbe inevitabilmente alla sfera russa, così come gli altri Paesi dell’Europa orientale. La loro sovranità, la scelta di aderire all’Unione europea e l’appartenenza alla NATO passerebbero in secondo piano rispetto alle pretese di Mosca.

Per Fabbrini, è una concezione che nega il diritto dei popoli di scegliere liberamente il proprio futuro.

3. I sovranisti europei rischiano di favorire gli interessi russi

L’autore allarga poi la critica alle forze politiche europee che condividono, in misura diversa, questa visione.

  • Francia: Marine Le Pen promette di ridurre i contributi francesi al bilancio europeo e di interrompere i finanziamenti ai programmi comuni, compreso il sostegno all’Ucraina.
  • Germania: l’AfD propone di fermare gli aiuti a Kiev e normalizzare i rapporti con Mosca.
  • Italia: la Lega sostiene la ripresa dei rapporti commerciali con la Russia per tornare ad acquistare energia a basso costo.

Fabbrini definisce queste posizioni irresponsabili. Riconosce che i costi energetici pesano sulle economie europee, ma sostiene che la soluzione non sia tornare a dipendere dalla Russia.

Propone invece di costruire una Comunità europea dell’energia, capace di superare la frammentazione dei mercati nazionali e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti.

Il rischio, altrimenti, è che una vittoria russa in Ucraina destabilizzi l’Europa, indebolisca il mercato unico e produca conseguenze economiche opposte a quelle promesse dai sovranisti. A ciò si aggiungerebbe la possibile fuga di milioni di ucraini verso i Paesi europei in caso di collasso del loro Stato.

4. La critica alla sinistra italiana: la pace non può giustificare l’aggressione

Fabbrini rivolge una critica severa anche a una parte della sinistra italiana, accusata di condividere la giustificazione russa della guerra: secondo questa lettura, il conflitto sarebbe determinato dalle esigenze di sicurezza della Russia, anziché dalla violazione della libertà e della sovranità dell’Ucraina.

Per spiegare la gravità di questa posizione, l’autore richiama due precedenti storici:

  • il sostegno di una parte del comunismo italiano all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956;
  • la mancata rottura con Mosca dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968.

Secondo Fabbrini, quelle scelte lasciarono una ferita profonda nell’identità della sinistra comunista. Oggi, a suo giudizio, il rischio è che il campo largo, e soprattutto il Partito democratico, ripetano un errore analogo, questa volta in nome di un pacifismo che finisce per trascurare la libertà degli aggrediti.

La sua distinzione è molto chiara: l’unità elettorale del centrosinistra è una questione contingente; la difesa della libertà dell’Ucraina è una questione storica e di principio.

5. Meloni: una posizione condivisibile, ma priva di una strategia europea

Fabbrini riconosce un elemento positivo nell’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Senato.

Apprezza tre aspetti:

  • la riaffermazione del sostegno italiano all’Ucraina;
  • la critica all’accordo sul diesel russo, considerato rischioso e sostanzialmente inefficace;
  • il riconoscimento che le difficoltà energetiche derivano anche dalla guerra contro l’Iran.

Tuttavia, l’autore rimprovera a Meloni di non tradurre queste posizioni in proposte concrete per rafforzare l’integrazione europea.

L’Europa, secondo lui, deve dotarsi di una politica comune, non semplicemente coordinata, sia per la difesa sia per l’energia. Non può limitarsi a sommare le decisioni dei singoli Stati, soprattutto quando le grandi potenze perseguono strategie che minacciano la sicurezza del continente.

6. L’Europa promette aiuto, ma non basta

Nella conclusione, Fabbrini riconosce che il Consiglio europeo ha fatto bene a ribadire l’impegno a sostenere militarmente l’Ucraina e a criticare la temporanea revoca delle sanzioni americane sul diesel russo.

Ma le dichiarazioni politiche, da sole, non sono sufficienti. Kiev ha bisogno di sostegno concreto, continuativo e credibile, mentre gli Stati Uniti di Trump si allontanano progressivamente dalla difesa degli interessi ucraini ed europei.

L’editoriale termina con un messaggio che riassume tutto il ragionamento:

«La libertà non si difende con le promesse».

Il significato politico dell’editoriale

A mio giudizio, il punto più importante dell’argomentazione di Fabbrini va oltre il giudizio negativo su Trump e Putin.

L’autore pone una questione fondamentale per tutte le democrazie: la pace è davvero un valore assoluto, se per ottenerla si chiede alla vittima di un’aggressione di rinunciare alla propria libertà?

Una trattativa può essere necessaria per fermare una guerra. Ma se il risultato consiste nel riconoscere alle grandi potenze il diritto di decidere il destino dei Paesi più piccoli, il principio che ne deriva è pericoloso: la forza militare torna a prevalere sul diritto internazionale.

Questo ragionamento riguarda direttamente anche l’Europa. Se gli Stati europei si dividono, ciascuno cercando di ottenere energia meno costosa, vantaggi commerciali o consenso elettorale, rischiano di indebolire proprio le condizioni che garantiscono la loro sicurezza e prosperità.

C’è, inoltre, un passaggio politicamente significativo per l’Italia: Fabbrini non si limita a criticare la destra sovranista, ma chiede anche alla sinistra di chiarire la propria posizione sull’Ucraina. La difesa della libertà, nella sua interpretazione, non dovrebbe essere subordinata né alla convenienza elettorale né all’appartenenza ideologica.

In definitiva, l’editoriale sostiene che l’Europa deve scegliere se essere un soggetto politico capace di difendere i propri valori oppure un territorio sul quale le grandi potenze possono accordarsi, sacrificando la sovranità dei Paesi più deboli. Per Fabbrini, il sostegno all’Ucraina è diventato la prova concreta della capacità europea di fare questa scelta.

18 ottobre 2026