Goffredo Buccini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive delle elezioni politiche in Israele che è un paese sempre più isolato. La guerra a Gaza e la crisi del governo. Netanyahu verso un voto «esistenziale».
Sostiene Buccini: ”Pochi eventi sulla scena internazionale danno la misura dell’isolamento di Israele quanto il Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay. Certo, la decisione del Comitato di Oslo può leggersi anche come un ceffone alla megalomania di Donald Trump, eterno autocandidato nonostante i disastrosi effetti geopolitici del suo ritorno alla Casa Bianca. O risuonare come un grido di dolore volto a rivendicare la sopravvivenza d’un diritto «delle genti» sempre più spesso negletto e oltraggiato. Ma per Israele la faccenda è diversa“.
E prosegue: ”Le vere domande, alle quali rispondere magari entro le elezioni politiche israeliane del 27 ottobre, sono: come ha fatto il Paese dalla Stella di David ad alienarsi la simpatia e l’appoggio di quasi tutto il mondo? Come è possibile che la sua qualità di vittima designata dell’integralismo islamista sia stata quasi cancellata nel cuore di tanti? Israele può davvero credere a una congiura planetaria che tenga assieme Stati e aggregati-canaglia come l’iran e i suoi proxy (Hamas, Hezbollah, Houti) con gli alleati occidentali che in gran parte, ormai, cominciano a prendere le distanze dalle sue scelte e dalle sue politiche estremiste?”.
Per concludere: ”La questione palestinese, trascinata almeno dal 1967 con la conquista dei Territori, ha contaminato la democrazia israeliana all’interno, come osserva Anna Momigliano nel suo Voi avete creato il nostro esilio. E dunque molto si gioca sulle prossime elezioni e sulla sconfitta della destra suprematista ora al governo. Sarebbe da ingenui immaginare un ritorno al processo che negli anni Novanta parve aprire la via della convivenza: mancano tanto lo spirito quanto gli interlocutori. Ma un nuovo governo che freni almeno la violenza dei coloni, congeli i progetti di annessione e disseppellisca le speranze di sovranità palestinesi è il minimo per tirar fuori Israele dall’angolo. Abituati a guerre esistenziali, tra pochi giorni gli israeliani si troveranno davanti a una chiamata diversa ma non meno esistenziale: un voto sul Dna della loro democrazia”.
Il voto “esistenziale” del 27 ottobre: le prossime elezioni politiche israeliane di fine ottobre rappresentano un passaggio cruciale e “esistenziale” per il DNA democratico del Paese. La sconfitta della destra suprematista e l’ascesa di un nuovo governo capace di frenare la violenza dei coloni e congelare i piani di annessione sono indicate come l’unica via per tirare Israele fuori dall’angolo e riaprire prospettive di pace.
L’isolamento internazionale di Israele: l’assegnazione del Nobel per la Pace a Navi Pillay — criticata dal governo Netanyahu e bollata come ulteriore accerchiamento — evidenzia la crescente emarginazione internazionale di Israele, che non può essere ridotta a una semplice congiura planetaria o a una tendenza filo-palestinese.
Le radici della crisi e l’impatto del 7 ottobre: sebbene il pogrom del 7 ottobre 2023 abbia scatenato un’ondata globale di antisemitismo e rispecchiato la strategia di Hamas di provocare una risposta sproporzionata, la crisi morale e politica israeliana affonda le radici in dinamiche interne profonde.
Errori e radicalizzazione interna: l’operazione militare ha distrutto Gaza riducendola a una drammatica crisi umanitaria, mentre in Cisgiordania persistono regimi giuridici discriminatori. L’amministrazione Netanyahu, sostenuta da ministri di estrema destra come Ben-gvir e Smotrich (definiti duramente da ex figure come Tamar Pardo), ha alimentato l’avanzata dei coloni e sepolto l’ipotesi di uno Stato palestinese, contaminando la democrazia israeliana.
14 ottobre 2026





