In Italia il governo Meloni, che si appresta ad affrontare un nuovo ciclo elettorale ritenendo di poter bissare il risultato del settembre del 2022, le spara grosse, sostenendo che tutto procede per il meglio, che con i ”sinistri” a Palazzo Chigi ci sarebbe stat probabilmente la patrimoniale, la sensazione non sembra che le cose stiano davvero così, gli italiani si sono impoveriti. Il debito pubblico è cresciuto di oltre 462 miliardi di euro proprio sotto Meloni, di riforma fiscale si parla ma i cittadini non la avvertono, adesso la furbata della nuova legge elettorale che vorrebbe tagliare le gambe alle opposizioni e poi il fenomeno Vannacci. Cosa racconta la stampa nazionale ed internazionale?
Se si mettono insieme stampa italiana, Reuters e Financial Times, il quadro che emerge è piuttosto diverso dalla narrazione trionfalistica di un governo che «ha fatto tutto bene». Ma emerge anche un elemento che va riconosciuto: Meloni ha ottenuto una stabilità politica eccezionale e ha migliorato alcuni saldi di finanza pubblica. Il punto controverso è che questa stabilità, secondo molte analisi, non si è tradotta in una trasformazione altrettanto forte dell’economia italiana.
1. Il punto centrale: stabilità sì, trasformazione economica molto meno
Il Financial Times ha formulato probabilmente la sintesi più efficace. A settembre ha definito quella di Meloni una «stabilità invidiabile», ricordando che il suo governo è diventato il più longevo della Repubblica. Ma subito dopo ha parlato di «occasioni mancate»: il capitale politico della premier è rimasto intatto, mentre sarebbe difficile individuare una grande riforma strutturale capace di aumentare il potenziale di crescita dell’Italia. Il quotidiano britannico sottolinea inoltre la debole crescita del PIL e la stagnazione del tenore di vita.
Questa è una distinzione fondamentale:
durata del governo ≠ qualità dei risultati economici.
La prima è un dato oggettivo e importante; la seconda richiede di guardare a crescita, produttività, salari reali, debito, servizi pubblici e riforme.
2. Il debito: la cifra dei 462 miliardi va precisata
Qui farei una correzione metodologica. Il debito pubblico è effettivamente aumentato molto durante il governo Meloni, ma non conviene attribuire automaticamente tutto l’incremento alla politica del governo, perché il debito incorpora anche effetti di inflazione, crescita nominale, Superbonus e altri fattori di finanza pubblica.
Il dato più importante è però quello prospettico: secondo la Commissione europea, il rapporto debito/PIL è passato al 137,1% nel 2025 e dovrebbe salire al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. La Commissione individua tra le cause il differenziale sfavorevole tra interessi e crescita e gli effetti finanziari ritardati dei crediti edilizi.
Quindi la critica più solida non può essere semplicemente:
«Meloni ha fatto aumentare il debito di X miliardi».
È piuttosto:
dopo quattro anni di governo stabile, l’Italia non è ancora riuscita a mettere il rapporto debito/PIL su una traiettoria strutturalmente discendente.
E questo è particolarmente significativo perché la stabilità politica avrebbe dovuto offrire un orizzonte favorevole alle riforme.
3. La crescita è il vero punto debole
Qui i numeri sono abbastanza eloquenti.
La Commissione europea prevede per l’Italia soltanto +0,5% di PIL nel 2026 e +0,6% nel 2027. L’Istat è leggermente più ottimista, con +0,7% in entrambi gli anni, ma conferma comunque una crescita molto modesta.
E c’è un particolare importante: secondo la Commissione, nel 2026 la crescita dei consumi rallenta a causa della perdita di potere d’acquisto, mentre gli investimenti sono sostenuti soprattutto dal PNRR.
Quindi l’argomento «l’economia va bene» va maneggiato con cautela.
Non siamo davanti a un’economia in recessione permanente, ma neppure a un’economia che abbia risolto i suoi problemi strutturali.
4. La riforma fiscale: qualcosa è stato fatto, ma la percezione dei cittadini ha una spiegazione
Anche qui bisogna evitare il bianco o nero.
L’Istat rileva che le riforme fiscali 2021-2026 hanno più che compensato mediamente il drenaggio fiscale, con un beneficio medio stimato di circa 40 euro per contribuente; l’effetto è stato soprattutto favorevole ai redditi medio-bassi e ai lavoratori dipendenti.
La Commissione europea conferma che nel 2025 è stata resa permanente una riduzione dell’imposizione personale e che nel 2026 è stato previsto un ulteriore intervento sul cuneo fiscale per i redditi medi.
Ma c’è l’altra faccia della medaglia: la pressione fiscale complessiva non è crollata. Reuters, facendo il bilancio delle politiche del governo, osserva che il carico fiscale complessivo è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni, perché alcune riduzioni sono state compensate da altre misure.
Ecco perché può esserci una differenza tra «la riforma fiscale esiste» e «il cittadino percepisce una vera svolta fiscale».
5. E soprattutto: il problema del potere d’acquisto
Questo è probabilmente il punto che spiega meglio il divario fra propaganda politica e percezione quotidiana.
A settembre l’inflazione italiana è tornata al 4,1% su base annua, il livello più alto degli ultimi tre anni, principalmente per l’impennata dei prezzi energetici. Reuters segnala esplicitamente la pressione che questo esercita sul governo Meloni in vista delle elezioni del 2027.
Perciò un governo può contemporaneamente avere:
- deficit sotto controllo;
- spread relativamente contenuto;
- occupazione in crescita;
- alcune riduzioni fiscali;
e avere comunque cittadini che percepiscono un peggioramento delle proprie condizioni materiali.
Non è una contraddizione.
6. La legge elettorale è forse il capitolo politicamente più delicato
Qui la stampa italiana e internazionale stanno osservando qualcosa di molto interessante.
La riforma approvata dal Senato prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 42%. Reuters riferisce che l’opposizione accusa Meloni di modificare le regole proprio alla vigilia delle elezioni per aumentare le proprie possibilità di vittoria; la maggioranza sostiene invece che l’obiettivo sia garantire governabilità.
Questa seconda spiegazione non può essere semplicemente liquidata: la governabilità è effettivamente un problema reale dell’Italia.
Ma esiste una questione democratica altrettanto seria:
chi governa dovrebbe modificare le regole elettorali a ridosso delle elezioni che dovrà affrontare?
È questo il problema che diversi commentatori stanno ponendo.
Antonio Polito sul Corriere ha osservato che cambiare continuamente la legge elettorale è diventato una sorta di surrogato della mancata soluzione dei problemi costituzionali della governabilità e ha sottolineato il rischio che la maggioranza pensi di poter trovare nella legge elettorale la «formula» per rivincere.
E c’è un paradosso: la legge potrebbe non produrre nemmeno l’effetto desiderato dalla maggioranza.
Reuters ha infatti rilevato che, con la nuova formula, anche l’opposizione potrebbe superare il 42% e ottenere il premio.
Dunque non sareebbe corretto presentarla semplicemente come una legge «che taglia le gambe alle opposizioni». È più preciso dire:
è una legge che modifica significativamente gli incentivi elettorali e che, proprio per la soglia del 42%, potrebbe produrre effetti molto rilevanti sulla formazione della maggioranza parlamentare.
E questo rende comprensibile perché l’opposizione la consideri una modifica delle regole del gioco potenzialmente favorevole alla maggioranza.
7. Poi c’è Vannacci: il vero elemento nuovo del 2026
Ed è forse qui che il quadro è diventato molto più complicato per Meloni.
Il Financial Times descrive Vannacci come una sfida proveniente da destra alla premier e osserva che il suo partito ha sottratto parlamentari alla coalizione governativa.
Reuters, a settembre, parlava di Futuro Nazionale intorno all’8% e della possibilità che la sua presenza renda più complicata la strategia elettorale di Meloni.
Ma il dato più interessante è arrivato dalle suppletive in Calabria: il candidato del centrodestra ha ottenuto circa il 53%, quello di Futuro Nazionale circa l’11%, mentre il centrosinistra è arrivato intorno al 35%, in una consultazione però caratterizzata da un’affluenza bassissima, circa il 22%.
Quindi Vannacci non ha sfondato, ma neppure può essere ignorato.
Ed è precisamente questa la situazione che sta condizionando la legge elettorale.
Il Financial Times ha evidenziato il paradosso: una riforma pensata prima dell’ascesa di Vannacci potrebbe oggi rendere necessario un accordo con lui per costruire una coalizione capace di superare la soglia.
1 ottobre 2026
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