Il Corriere Blog

Quotidiano online

Sostieni il Corriere Blog



Arte e Cultura

Il futuro dei media si gioca sulla fiducia

Roberto Sergio, attuale direttore generale corporate della Rai e direttore generale di San Marino Rtv sostiene, con un editoriale pubblicato su La Stampa, che il futuro dei media coincide in larga misura con il futuro della democrazia. La rivoluzione digitale ha abbattuto i confini tra televisione, radio, stampa, podcast e social, moltiplicando enormemente la quantità di informazioni disponibili. Ma l’abbondanza non significa maggiore consapevolezza: oggi è sempre più difficile distinguere il vero dal falso e ciò che è importante da ciò che diventa semplicemente virale.

Scrive Sergio: ”Il pubblico si distribuisce tra televisione, piattaforme, social e podcast, mentre i giganti tecnologici intercettano pubblicità e dati. Anche la mediazione è in crisi: gli algoritmi decidono ciò che milioni di persone vedono o ignorano. Ma un algoritmo non assume responsabilità editoriale né possiede una coscienza civile. L’intelligenza artificiale generativa non va respinta. Può migliorare produzione, traduzione, ricerca e accessibilità. Ma può anche amplificare la disinformazione, creare immagini, riprodurre voci e volti e assottigliare il confine tra realtà e artificio. Le norme non bastano. Servono regole chiare e responsabilità: fonti riconoscibili, trasparenza sull’uso dell’Ai, verifica di immagini e filmati, rapida correzione degli errori. La velocità non può essere l’unico criterio: diffondere per primi una notizia falsa significa perdere credibilità”.

La questione centrale diventa quindi la fiducia. Gli algoritmi delle piattaforme influenzano ciò che le persone vedono, ma non possono sostituire la responsabilità editoriale e civile di chi decide quali notizie diffondere e come verificarle. Anche l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per produzione, ricerca, traduzione e accessibilità, ma può contemporaneamente favorire disinformazione e manipolazioni. Per questo servono trasparenza sull’uso dell’AI, fonti riconoscibili, verifica dei contenuti e correzione tempestiva degli errori: la velocità non può prevalere sull’affidabilità.

Secondo Sergio, le imprese editoriali dovranno trasformarsi in vere “media company”, capaci di sviluppare un contenuto attraverso televisione, radio, podcast, digitale e archivi, mantenendo però una propria identità. La tecnologia, da sola, non basta: decisivi restano professionalità, idee, motivazione e capitale umano.

Un rischio particolarmente importante riguarda la personalizzazione algoritmica: se ogni individuo riceve soltanto contenuti coerenti con le proprie preferenze, la società rischia di frammentarsi in tanti ambienti separati. La democrazia ha invece bisogno di uno spazio informativo comune, nel quale cittadini diversi possano conoscere gli stessi fatti e confrontarsi con interpretazioni differenti.

In questo scenario il servizio pubblico deve garantire informazione autorevole, pluralista e indipendente, tutelare le minoranze, la cultura, la ricerca e la memoria collettiva, combattere la disinformazione e raggiungere soprattutto le nuove generazioni attraverso il digitale. Parallelamente, l’editoria privata resta indispensabile per il pluralismo e l’innovazione, ma deve poter competere in un mercato non dominato dalle grandi piattaforme globali.

La conclusione di Sergio è netta: il futuro non sarà una guerra tra vecchi e nuovi media, pubblico e privato o uomo e AI. La vera distinzione sarà tra media credibili e irrilevanti, tra organizzazioni capaci di innovare e strutture incapaci di cambiare, tra tecnologia utilizzata al servizio delle persone e tecnologia priva di responsabilità.

In sintesi, la sfida decisiva sarà passare dalla semplice conquista dell’attenzione alla costruzione della fiducia. Un buon media non è quello che raggiunge più persone, ma quello che le lascia più informate, consapevoli e quindi più libere.

14 agosto 2026