Eleonora Camilli ha pubblicato un articolo su La Stampa nel quale» del nuovo corso europeo sui rimpatri che è stato salutato al Parlamento europeo dal coro dei sovranisti che chiedevano di rimandarli tutti a casa. Ora sono 22 Paesi, con capofila Italia e Danimarca, a chiedere di velocizzare le espulsioni con la costruzione di centri fuori dai confini europei. Ma è una proposta realizzabile? E a quale costo?
Scrive Camilli che ci si avvia ad adottare decisioni sul modello Ruanda, proposto dagli ex premier inglesi Boris Johnson e Rishi Sunak: ”Sono centri collocati in Paesi terzi, cioè fuori dai confini dall’Unione europea, in cui detenere in attesa di rimpatrio i migranti che hanno già ricevuto un ordine di espulsione e che poi potranno essere trasferiti nel Paese di origine oppure in un altro paese terzo considerato sicuro. Dalla misura sono esclusi solo i minori non accompagnati. I centri sono stati previsti dal nuovo regolamento rimpatri, approvato a giugno. E possono essere realizzati nei Paesi che hanno un accordo con uno Stato membro dell’Ue, nel testo si dice genericamente che questi Paesi devono «rispettare i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non respingimento».
E prosegue: ”Alla base c’è, infatti, un accordo tra uno Stato membro e un Paese extra Ue in cui trasferire alcune procedure legate alla migrazione. Per il resto sono diversi: secondo il protocollo con Tirana, nei centri viene mantenuta la giurisdizione italiana, nei return hub invece la responsabilità viene trasferita al Paese terzo che si fa carico in pieno dei migranti. Ricalcano piuttosto il modello pensato dall’Inghilterra con il Ruanda, che però è stato bocciato dalla Corte Suprema. Inoltre, i centri in Albania non nascono per i rimpatri ma per le procedure accelerate di frontiera, riservate ai migranti che provengono da Paesi sicuri. Secondo l’accordo dovrebbero essere portati lì i migranti, maschi e non vulnerabili, salvati in mare dalle navi militari italiane. Dopo un primo screening nel centro di Shenjing dovrebbero essere trasferiti a Gjader per la procedura d’asilo. Poi possono essere trattenuti nel cpr interno alla struttura, se da rimpatriare, o portati in Italia se la domanda d’asilo viene accolta. Nelle intenzioni del governo i trasferimenti avrebbero dovuto riguardare tremila migranti al mese, 36 mila l’anno”.
L’articolo analizza la proposta sostenuta da Italia e Danimarca, appoggiata da 22 Paesi europei, di creare “return hub”, centri situati in Paesi extra-UE dove trattenere i migranti destinatari di un provvedimento di espulsione in attesa del rimpatrio. L’obiettivo è accelerare le espulsioni e finanziare queste strutture con fondi europei entro il 2027, ma la proposta incontra l’opposizione di Paesi come Francia e Spagna, che la considerano costosa e poco efficace.
I return hub differiscono dal modello Albania: mentre nei centri albanesi resta la giurisdizione italiana e si svolgono procedure accelerate di asilo, nei nuovi hub la responsabilità dei migranti passerebbe al Paese ospitante. Il modello si avvicina invece al progetto britannico con il Ruanda, che è stato però dichiarato illegittimo dalla Corte Suprema del Regno Unito.
L’articolo evidenzia anche il fallimento del modello Albania. Il progetto è stato bloccato dai tribunali italiani subito dopo i primi trasferimenti del 2024 e resta in attesa di una decisione della Corte di giustizia dell’UE. Finora i risultati sono stati molto limitati: su 680 persone trasferite, solo 101 sono state effettivamente rimpatriate, mentre centinaia sono state rilasciate o trasferite per motivi giuridici o sanitari.
Infine, vengono sottolineati i costi elevati dell’operazione: circa 670 milioni di euro previsti fino al 2028, di cui 74 milioni per la costruzione delle strutture. Secondo ActionAid e l’Università di Bari, il progetto ha comportato spese molto elevate a fronte di risultati modesti, alimentando le critiche di chi lo considera principalmente un’operazione politica più che una soluzione efficace alla gestione dei rimpatri.
4 agosto 2026





