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Il nuovo messaggio dal calcio

Aldo Cazzullo ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive che il mondo del calcio è profondamente cambiato.

Dice Cazzullo: ”Zemmour dice al contrario che la Francia di America 2026 non rappresenta la Francia tutta intera, ma solo quella «nera e araba delle banlieues, dove i giovani musulmani cacciano i giovani bianchi dai campi di calcio». E rimpiange «la squadra più forte di tutti i tempi, la Francia del 1982, per cui ho trepidato da ragazzo». Qualcuno gli ricordi che Jean Tigana veniva dal Mali — «mio padre era africano, musulmano e gollista» ha ricordato con orgoglio; ecco un altro convinto che le radici siano importanti —; Marius Trésor era antillano; Bernard Genghini, Jean-Marc Ferreri, il portiere Jean-luc Ettori e l’immenso Michel Platini erano di origine italiana; Manuel Amoros, Luis Fernandez e il ct Michel Hidalgo di origine spagnola. Anche la Francia idolatrata da Zemmour era figlia dell’immigrazione; e gli immigrati italiani all’inizio furono trattati anche peggio di quelli maghrebini e africani, subirono linciaggi da decine di morti come ad Aigues-mortes in Provenza. E poi il calciatore più rappresentativo della storia francese fino a quel momento, Raymond Kopa, si chiamava in realtà Kopaszewski ed era nipote di minatori polacchi. Non si tratta, in ogni epoca, di contrapporre la «vera Francia» cara alla destra e la «nuova Francia» cara alla sinistra; meglio dire Francia, e basta”.

E prosegue: ”In Spagna alle prossime elezioni vincerà la destra del partito popolare e di Vox, il partito di Santiago Abascal, che propugna l’ibero-sfera. In sintesi: benvenuti ai latinos, che sono cattolici e parlano spagnolo; fuori dai piedi maghrebini e africani. Con questo criterio, Lamine Yamal, figlio di un marocchino e di un’africana della Guinea, non dovrebbe giocare in Nazionale. Ma chi glielo dice ai tifosi?

Il tema centrale: il calcio specchio dell’integrazione. Cazzullo parte da una constatazione oggettiva: le squadre di calcio europee (e in particolare la Francia, favorita ai Mondiali) sono sempre più composte e rafforzate dai figli dell’immigrazione. Questo fenomeno viene interpretato dall’autore non come una “sostituzione etnica” (la tesi dell’estrema destra di Eric Zemmour), né con totale indifferenza cromatica, bensì come un segnale realistico e costruttivo: dimostra che l’immigrazione può essere governata e coniugata con il bene comune, un modello che dal calcio potrebbe estendersi a scuola, sanità e sicurezza.

L’orgoglio delle radici. L’autore sottolinea l’importanza delle origini per la propria identità, citando un giovane Kylian Mbappé che rivendicava con orgoglio il ruolo dei calciatori arabi e neri nella storia del calcio francese. Cazzullo smonta la retorica nostalgica della destra francese (che rimpiange la Nazionale del 1982 considerandola “autoctona”) ricordando che anche quella squadra mitica era interamente figlia dell’immigrazione: Tigana era maliano, Trésor antillano, Platini ed Ettori di origine italiana, Amoros e Fernandez di origine spagnola, così come in passato Raymond Kopa era di origine polacca.

Le resistenze politiche in Europa. L’editoriale tocca le reazioni della politica conservatrice e populista nel corso degli anni:

  • Negli USA, l’ascesa di Barack Obama e le prime resistenze di Donald Trump basate sulla sua origine.
  • In Francia, le storiche critiche di Jean-Marie Le Pen e di intellettuali come Alain Finkielkraut alla Nazionale multietnica del 1998.
  • In Spagna, la linea del partito di destra Vox, che vorrebbe accogliere solo immigrati dell’America Latina (cattolici e ispanofoni) escludendo africani e maghrebini; una posizione che si scontra con la realtà sul campo, dove la stella nascente è Lamine Yamal (figlio di padre marocchino e madre della Guinea).

Il caso Italia: un ritardo da colmare. Cazzullo avanza l’ipotesi che la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali per la terza volta consecutiva sia dovuta anche all’incapacità di attingere al potenziale dei “nuovi italiani”. Mentre altri sport (come l’atletica e la pallavolo) hanno già integrato con successo atleti di seconda generazione ottenendo risultati straordinari, il calcio italiano è rimasto indietro (l’unico caso celebre, Mario Balotelli, è rimasto una promessa incompiuta). L’autore auspica un’apertura all’integrazione non solo nello sport, ma anche in settori chiave della vita sociale, come le forze dell’ordine nei quartieri difficili.

Conclusione. L’integrazione non è un processo facile, immediato o privo di tensioni (come dimostrano i rischi di disordini legati alle tifoserie nelle banlieues). Tuttavia, per Cazzullo, l’integrazione rappresenta una strada obbligata e inevitabile: esattamente come il futuro, è l’unico posto in cui possiamo andare.

3 luglio 2026