Daniele Taino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che il vero fallimento di Donald Trump non sarebbe tanto l’aver mancato una vittoria decisiva contro l’Iran, quanto l’aver perso l’occasione storica di consolidare una profonda trasformazione degli equilibri del Medio Oriente.
Scrive Taino: ”Era giustificato lanciare una guerra contro l’Iran? Ogni decisione di aprire un conflitto armato, anche contro uno Stato tirannico che destabilizza l’area, è discutibile, moralmente e dal punto di vista strategico. Logica di potenza. Israele l’ha scelta con l’obiettivo di liberarsi definitivamente di un regime che ne minaccia esplicitamente l’esistenza da decenni, che assieme ai suoi alleati vuole eliminare lo Stato ebraico dalla faccia della Terra. Trump intendeva probabilmente differenziarsi trionfalmente dai suoi predecessori”.
E prosegue: ”In particolare, impedire che Teheran seguisse il carta-modello seguito dal regime nordcoreano dei Kim tra gli Anni Ottanta e primi Duemila per arrivare alla bomba nucleare: prendendo in giro la comunità internazionale e i diversi inquilini della Casa Bianca, fingendo di trattare mentre lavorava al programma; e, alla fine, effettuare il primo test nucleare nel 2006. Fu la creazione dello stato di fatto rispetto al quale il resto del mondo niente ha potuto fare, al punto che oggi praticamente più nessuno chiede seriamente la denuclearizzazione della Corea del Nord (anzi, Vladimir Putin e Xi Jinping abbracciano Kim Jong-un). Teheran stava seguendo una strada simile”.
Tesi principale
Secondo l’autore, la guerra contro l’Iran va letta come l’ultimo capitolo del conflitto iniziato con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Da allora Israele ha fortemente indebolito la rete di alleati regionali di Teheran (Hamas, Hezbollah, Houthi e altre milizie filoiraniane), contribuendo persino al crollo del regime siriano di Assad. In questo contesto, Stati Uniti e Israele avrebbero avuto l’opportunità di creare un nuovo ordine regionale più stabile e meno influenzato dall’Iran.
La critica a Trump
Taino ritiene che Trump abbia gestito male questa occasione. L’obiettivo era ridurre in modo definitivo il potere degli ayatollah e impedire che l’Iran arrivasse all’arma nucleare. Tuttavia, la guerra non avrebbe raggiunto risultati decisivi e gli accordi successivi con Teheran rischierebbero di lasciare irrisolto il problema principale.
Il rischio nucleare
Uno dei punti centrali dell’articolo è il paragone tra Iran e Corea del Nord. L’autore teme che Teheran stia seguendo una strategia simile a quella adottata dal regime nordcoreano: negoziare con l’Occidente mentre continua a sviluppare il proprio programma nucleare. Se l’Iran ottenesse la bomba atomica, secondo Taino, si innescherebbe una pericolosa corsa agli armamenti nella regione, coinvolgendo probabilmente anche Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Le conseguenze regionali
L’articolo evidenzia diverse ricadute negative:
- gli oppositori iraniani, che avevano manifestato contro il regime, sono stati repressi e appaiono oggi demoralizzati;
- Israele si sente tradito dagli Stati Uniti perché l’Iran continua a dichiararsi ostile alla sua esistenza;
- i Paesi del Golfo dubitano dell’affidabilità della protezione americana;
- la credibilità degli Stati Uniti esce indebolita da una guerra iniziata ma non conclusa con una chiara vittoria.
Conclusione
Taino conclude che il Medio Oriente è cambiato profondamente rispetto al passato, ma il risultato finale resta incerto. L’Iran è più debole di prima, ma non è stato neutralizzato. Per questo permane il timore che gli ayatollah continuino a perseguire l’obiettivo nucleare, seguendo il modello nordcoreano e vanificando l’occasione che, secondo l’autore, si era aperta per ridefinire gli equilibri della regione.
19 giugno 2026





