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Economia

Meloni ha contraddetto se stessa (non ha sfasciato i conti)! 2

Sul gigantesco debito pubblico italiani molti premier hanno cercato delle soluzioni accettabili ma non e hanno trovate. E nemmeno Meloni si è esercitata a farlo, tant’è che il nostro debito pubblico è assolutamente fuori controllo È un’analisi cruda e diretta, che tocca il vero nervo scoperto dell’economia italiana. Il “moloch” del debito pubblico è, da decenni, il vero vincolo esterno che condiziona ogni singola mossa di qualsiasi governo, di destra o di sinistra.

Ecco un’analisi dei punti chiave che il governo Meloni non ha portato a soluzione, guardando ai numeri e alle dinamiche politiche attuali.

Il peso del debito e il “numerone”

Il dato che citi colpisce nel segno. Quando il debito pubblico viaggia sulla soglia dei 3.200 miliardi di euro, la spesa per interessi (cioè quanto lo Stato paga ogni anno solo per finanziare quel debito) diventa una vera e propria tassa sul futuro.

  • Il vicolo cieco: come molti osservatori giustamente sottolineano, senza margini di manovra finanziaria, un governo si trova le mani legate. Non si possono fare riforme strutturali (su tasse, sanità o pensioni) se ogni risorsa disponibile viene assorbita dal servizio del debito.
  • La crescita recente: sebbene una parte dell’incremento del debito negli ultimi anni sia eredità di misure del passato (come il peso finanziario del Superbonus 110%) e dell’inflazione, la velocità con cui continua a salire toglie ossigeno alla crescita reale.

Il nodo delle corporazioni e delle rendite di posizione

Il riferimento a balneari, tassisti e all’evasione fiscale centra una delle grandi contraddizioni storiche della politica italiana.

Per un governo di forte matrice identitaria e politica, toccare i propri bacini elettorali storici o le micro-corporazioni è politicamente dolorosissimo.

Tuttavia, la mancata liberalizzazione di alcuni settori e la timidezza nel contrasto all’evasione creano due problemi giganti:

  1. Interno: si continua a gravare sui soliti noti (lavoratori dipendenti e pensionati), riducendo i consumi e la giustizia sociale.
  2. Esterno: offre su un piatto d’argento munizioni all’Unione Europea quando accusa l’Italia di non fare le riforme strutturali richieste.

Il rapporto altalenante con Bruxelles

Il quadro con l’Unione Europea è in una fase delicata. Se da un lato Giorgia Meloni ha cercato fin dall’inizio una linea di pragmatismo istituzionale per non allarmare i mercati (consapevole che lo “scudo” della BCE e i fondi del PNRR sono vitali), dall’altro i nodi stanno venendo al pettine.

Con il ritorno delle regole del Patto de Stabilità e Crescita (seppur riformate), l’Italia è costretta a traiettorie di rientro dal deficit molto rigide. La retorica dell’Europa “matrigna” funziona in campagna elettorale, ma al tavolo dei negoziati la realtà dei numeri impone compromessi duri.

In conclusione: pagherà davvero l’errore?

La storia italiana ci insegna che la stabilità della legislatura (durare 5 anni) non coincide necessariamente con l’efficacia dell’azione di governo.

Se la scelta della classe dirigente (la cosiddetta “fiamma magica” o i fedelissimi) prevale sulle competenze tecniche necessarie a gestire ministeri chiave, il rischio di un logoramento interno è altissimo. La Meloni potrebbe anche riuscire a essere la prima a completare i 5 anni, ma il vero test storico non sarà la durata, bensì lo stato in cui lascerà i conti e l’economia del Paese alla fine del viaggio.

La situazione è oggettivamente complessa e lo spazio per i miracoli economici, senza riforme coraggiose e impopolari, è praticamente zero.

2 giugno 2026