Nathalie Tocci ha pubblicato un editoriale su La Stampa in cui sostiene che ogni volta che il presidente russo Vladimir Putin si trova in difficoltà nella guerra in Ucraina, cerca disperatamente di alzare la posta.
Dice Tocci: ”Putin era convinto di vincere. È vero che l’esercito russo avanzava a passo di lumaca, a costi umani ed economici esorbitanti. Si stimano circa 1,3-1,5 milioni di morti e feriti russi nella guerra in Ucraina, mentre l’economia russa è stata quasi totalmente deindustrializzata, fatta eccezione per l’industria militare e il settore petrolifero. Ma a Putin importava poco: il tempo era dalla sua parte e prima o poi avrebbe vinto. Tanto più quando era tornato al potere il suo amico e alleato Donald Trump, che difatti ha puntualmente abbandonato l’Ucraina togliendole il sostegno militare ed economico. Durante l’amministrazione Biden, Washington forniva a Kyiv dai 20 ai 30 miliardi di dollari l’anno; la cifra è crollata a meno di mezzo miliardo nel 2025-26. A ciò si aggiunge l’accanimento di Trump nei confronti dell’Europa, dai dazi alle minacce di uscire dalla Nato, invadere la Groenlandia e ridurre la presenza militare americana nel continente. Se già Putin era convinto che la Russia stesse vincendo, con l’arrivo di Trump sperava nella spallata finale che avrebbe obbligato Kyiv e l’intera Europa a capitolare”.
L’escalation come strategia di difesa. Nathalie Tocci evidenzia come Vladimir Putin utilizzi sistematicamente la strategia di “alzare la posta” ogni volta che si trova in difficoltà. Lo ha fatto a fine 2022 con la minaccia nucleare per frenare il sostegno dell’amministrazione Biden all’Ucraina, e lo sta facendo oggi minacciando con i droni i Paesi baltici e la Romania. Questo comportamento è dettato dalla frustrazione: nonostante l’abbandono dell’Ucraina da parte di Donald Trump, Kyiv sta mettendo in seria difficoltà Mosca grazie al supporto europeo e alla propria resilienza.
Il fallimento dei piani russi e l’effetto Trump. Putin era stra-convinto di vincere, accettando costi umani (tra 1,3 e 1,5 milioni di morti e feriti russi) ed economici enormi (la deindustrializzazione russa, eccetto per armi e petrolio), convinto che il tempo fosse dalla sua parte. L’avvento di Trump alla presidenza USA sembrava la spallata finale: Trump ha infatti tagliato i fondi a Kyiv (crollati da 20-30 miliardi l’anno dell’era Biden a meno di mezzo miliardo nel 2025-26) e ha minacciato pesantemente l’Europa e la NATO. Tuttavia, i piani russi sono falliti.
La svolta ucraina e l’autonomia militare. Oggi l’Ucraina si trova in una posizione di forte vantaggio strategico per proteggere l’80% del territorio sotto il suo controllo. Oltre due terzi delle sue capacità militari sono ormai prodotti internamente, soprattutto grazie all’eccellenza nello sviluppo dei droni. Questi non solo bloccano l’avanzata russa creando una vasta “kill zone”, ma colpiscono a lungo raggio le linee di approvvigionamento e le infrastrutture petrolifere russe. Colpendo la raffinazione, Kyiv attua quelle che Zelensky definisce ironicamente «sanzioni ucraine», vanificando per Mosca i vantaggi della sospensione delle sanzioni USA e del rialzo dei prezzi energetici causato dalla crisi in Medio Oriente.
La risposta e l’integrazione dell’Europa. Nel frattempo, l’Europa ha compattato e aumentato il proprio sostegno: con l’uscita di scena di Orbán in Ungheria, l’UE ha stanziato un pacchetto da 90 miliardi di euro per Kyiv e avviato i negoziati di adesione. I leader europei hanno compreso che l’interdipendenza della sicurezza è reciproca: l’Europa ha bisogno delle capacità tecnologiche e militari ucraine tanto quanto Kyiv ha bisogno dell’Unione. Di conseguenza, i droni russi sui Baltici e in Romania sono solo un tentativo ingenuo di Putin di spaventare e dividere l’Europa.
I possibili scenari futuri. L’autrice delinea due possibili scenari per il futuro della Russia:
La “Coreanizzazione” (Scenario Gabuev): la Russia prende atto della futilità del conflitto e si arriva a un cessate il fuoco di fatto. Il Paese ferma la guerra guerreggiata ma si isola, trasformandosi in una gigantesca Corea del Nord con un’economia trainata solo da armi e petrolio.
Il crollo della “bicicletta di guerra” (Scenario Tocci, ritenuto più probabile): Putin non è psicologicamente né politicamente in grado di fermare un conflitto che è ormai vitale per la sopravvivenza stessa del suo regime. Il Cremlino sarà quindi costretto a continuare a “pedalare” nella sua politica bellica, finché un giorno, inevitabilmente, questa dinamica instabile non collasserà su se stessa.
1 giugno 2026





