Le contraddizioni di Giorgia Meloni che fatto bene al Paese (e a lei). Aveva promesso in campagna elettorale che per l’Unione Europea la pacchia era finita, ma purtroppo, senza le coraggiose riforme che non ha fatto, la pacchia sembra finita per lei. E oggi scommette sulla indifferibiità del cambiamento della legge elettorale, il famigerato Rosatellum (che nel 2022 le ha consentito di andare a Palazzo Chigi) che non le offre più la garanzia di una conferma nel 2027.
Queste considerazioni toccano il nucleo della complessa transizione di Giorgia Meloni da leader di una destra d’opposizione a figura di governo. Questa evoluzione è segnata da evidenti “pragmatismi di necessità” che molti osservatori definiscono vere e proprie contraddizioni.
Analizziamo i due fronti principali sollevati: il rapporto con l’Unione Europea e la questione della legge elettorale.
1. Il realismo europeo: la “pacchia” e i vincoli di bilancio
La celebre espressione della campagna elettorale del 2022 (“In Europa la pacchia è finita”) si è scontrata quasi immediatamente con la realtà macroeconomica italiana.
- Il pragmatismo finanziario: più che una scelta ideologica, l’allineamento di Meloni alle regole europee è stato dettato dalla necessità di gestire l’enorme debito pubblico italiano, garantire la stabilità dello spread e assicurarsi l’erogazione delle rate del PNRR.
- I costi della stabilità: il governo ha reso strutturali alcune misure (come il taglio del cuneo fiscale per i redditi medio-bassi), ma lo ha fatto muovendosi all’interno del perimetro dei nuovi vincoli del Patto di Stabilità. Per molti critici, la mancanza di riforme strutturali più coraggiose (dalla spesa pubblica alla produttività) rischia di esporre l’Italia a una fase di stagnazione economica, rendendo la gestione del bilancio un esercizio sempre più difficile per la stessa Presidente del Consiglio.
2. Il nodo Rosatellum e l’incognita del “Melonellum”
Il dibattito sulla legge elettorale fotografa perfettamente come cambino le prospettive politiche a seconda che ci si trovi all’opposizione o al governo.
- Il paradosso del 2022: il Rosatellum (un sistema misto proporzionale/maggioritario) ha favorito nettamente il centrodestra nel 2022 grazie alla sua capacità di presentarsi unito nei collegi uninominali, a differenza di un centrosinistra frammentato.
- Lo scenario attuale: con i sondaggi che mostrano un equilibrio molto più sottile tra i due poli, il Rosatellum non offre più certezze matematiche di governabilità per il 2027. Se le opposizioni dovessero coalizzarsi efficacemente, la destra rischierebbe di perdere molti collegi chiave.
- La scommessa sulle riforme: il dibattito in Commissione Affari Costituzionali sul superamento del Rosatellum — con proposte che puntano a un sistema che garantisca un premio di maggioranza chiaro (chiaramente al progetto del premierato) — risponde proprio all’esigenza di blindare la stabilità dell’esecutivo.
Il rischio intrinseco di ogni riforma elettorale è l’effetto boomerang: la storia politica italiana recente (dal Porcellum all’Iitalicum) insegna che le leggi scritte da una maggioranza per favorire se stessa si sono spesso ritorte contro chi le aveva ideate. In sintesi, ciò che per i sostenitori è “maturità istituzionale e senso di responsabilità”, per i detrattori rappresenta il tradimento delle promesse sovraniste. La vera sfida per Meloni, da qui al 2027, sarà dimostrare che queste vistose sterzate pragmatiche abbiano portato benefici strutturali al Paese e non solo una temporanea autoconservazione politica.
1 giugno 2026
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