Perché Trump non potrà dire di aver vinto questa guerra senza cambio di regime in Iran
Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui tratta della guerra scatenata da un ingenuo Donald Trump, convinto che bastasse mostrare i muscoli Usa (le armi) per debellare la resistenza iraniana.
Scrive Rampini: ”Tre esperti Usa intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» il cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato. Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell’establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile Cia per l’iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.
E aggiunge: ”Per loro nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia. L’unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere vacilla e che la repressione non è invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione”.
Il focus dell’articolo
L’analisi parte dall’intervento di tre autorevoli esperti di strategia USA (Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh). La tesi centrale è netta: gli Stati Uniti rischiano una vittoria parziale e paradossale. Nonostante i gravissimi danni inflitti all’Iran, la minaccia non sarà sventata finché non ci sarà un cambio di regime a Teheran.
Il fallimento delle strategie passate
Secondo gli esperti, gli ultimi vent’anni di politica americana sull’Iran sono stati guidati da due grandi illusioni:
- L’illusione diplomatica (Obama): l’idea che l’accordo sul nucleare del 2015 avrebbe moderato l’Iran. Al contrario, i fondi sbloccati hanno finanziato la rete di milizie jihadiste (Hamas, Hezbollah, Houthi) e l’arsenale di droni e missili.
- L’illusione della forza (Destra USA): l’idea che la massima pressione economica e militare potesse piegare definitivamente il regime.
La nuova dottrina di Teheran: la geografia batte l’atomica
I recenti bombardamenti subiti hanno insegnato al regime iraniano una lezione geopolitica fondamentale:
- Il nucleare è vulnerabile: I laboratori e le centrifughe possono essere distrutti dagli attacchi di USA e Israele.
- Lo Stretto di Hormuz è eterno: La vera arma di deterrenza dell’Iran è la sua posizione geografica. Strozzare lo Stretto di Hormuz – e di conseguenza l’economia globale – è oggi considerato dai dirigenti iraniani più efficace ed equivalente ad avere la bomba atomica.
- L’effetto stabilità: Anche in caso di tregua, i mercati, gli assicuratori e gli investitori globali sapranno che l’Iran ha il potere di bloccare il commercio mondiale in qualsiasi momento.
Il dilemma strategico per gli Stati Uniti
Per tenere aperto lo Stretto di Hormuz e monitorare le minacce (nucleare, droni, missili e asse con Cina e Russia), gli Stati Uniti sarebbero costretti a una presenza militare massiccia, permanente e costosissima nel Golfo Persico (portaerei, sottomarini, basi).
Questo scenario rappresenta esattamente ciò che sia i Democratici sia i Repubblicani hanno cercato di evitare negli ultimi 15 anni, desiderosi di disimpegnarsi dal Medio Oriente.
La conclusione: L’unica via d’uscita
Né le sanzioni, né i negoziati, né i bombardamenti mirati possono risolvere il problema alla radice. L’unica soluzione definitiva è il cambio di regime.
Gli esperti sottolineano che questo crollo non può essere imposto dall’esterno, ma deve partire dal popolo iraniano. Tuttavia, affinché avvenga la svolta psicologica necessaria alla rivoluzione, la popolazione deve percepire che il potere degli ayatollah sta vacillando e che la macchina della repressione non è più invincibile. Un segno che, al momento, la Repubblica Islamica non ha ancora mostrato.
3 giugno 2026





