Goffredo Buccini ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera in cui si ppne2 questa domanda: ma sul serio Estonia, Lettonia e Lituania si sono trasformate in piattaforme segrete per gli attacchi dei droni ucraini contro la Russia? E per quale istinto suicida? Siamo, l’avrete capito, alla solita, vecchia solfa del lupo e dell’agnello, spesso utilizzata da autocrati e tiranni assortiti per rovesciare le parti nel copione della storia. Eppure, in una più cupa rilettura della favola di Esopo, questa è proprio la pericolosa tesi propalata dal Cremlino e, nei nostri paraggi, dai suoi solerti collaboratori occidentali mascherati da pensosi analisti, politici d’assalto o diplomatici di complemento.
Sostiene Buccini: ”Ma c’è una ragione tutta interna che spinge il dittatore russo a costruire il babau baltico. Ed è che la Federazione sta perdendo la guerra. Intendiamoci, nessuno immagina il battaglione Azov a spasso per la Piazza Rossa: perdere la guerra, per Putin, significa semplicemente non vincerla; avere impiegato quasi quattro anni e mezzo per non conquistare nemmeno tutto il Donbass; rischiare di doversi trascinare così per altri due o tre anni con un’economia agonizzante; venire sbeffeggiato da un piccolo comico come Volodymyr Zelensky, assurto a icona mondiale; e, soprattutto, essere rimasto a corto di uomini. L’intelligence inglese stima le perdite russe in quasi mezzo milione di morti. Si arriva a un milione e trecentomila vittime includendo i feriti non più recuperabili per il fronte: l’impatto sociale è facile da intuire. Think tank e ricercatori sostengono, inoltre, che gli ucraini hanno invertito l’onda, liberi dai caveat d’un tempo colpiscono in profondità con droni dalla tecnologia così efficace da essere stata persino appetita dagli americani contro l’iran, in un ironico paradosso. L’institute for the Study of War rileva che ogni mese muoiono più soldati russi di quanti se ne riesca ad arruolare”.
Il pretesto baltico e la retorica del Cremlino
Il Cremlino, sostenuto da narratori occidentali più o meno occulti, sta diffondendo la tesi secondo cui Estonia, Lettonia e Lituania rappresenterebbero una minaccia per la Russia e una base per i droni ucraini. Si tratta della classica strategia del “lupo e dell’agnello”, in cui l’autocrate inverte i ruoli della storia. Questa volta, però, le intimidazioni arrivano da figure istituzionali di peso:
- Vasilij Nebenzja (rappresentante ONU) ha avvertito che l’appartenenza alla NATO non proteggerà i Paesi Baltici.
- Sergey Naryshkin (capo dell’intelligence) ha dichiarato che, in caso di scontro con l’Alleanza Atlantica, Riga, Tallinn e Vilnius sarebbero le prime a soffrire.
- Nel frattempo, Mosca esercita pressioni e minacce ibride sulla regione per destabilizzare il fronte orientale europeo.
Le difficoltà militari ed economiche della Russia
La retorica aggressiva nasconde una realtà complessa: la Federazione Russa sta perdendo la guerra, nel senso che non riesce a vincerla.
- L’invasione si trascina da quasi quattro anni e mezzo senza che il Donbass sia stato interamente conquistato.
- Le perdite umane sono devastanti: l’intelligence inglese stima quasi 500 mila morti (che salgono a 1,3 milioni includendo i feriti gravi), e l’Institute for the Study of War rileva che ogni mese muoiono più soldati di quanti Mosca riesca ad arruolarne.
- Al contrario, gli ucraini colpiscono in profondità con droni tecnologicamente avanzati, mentre l’economia russa è agonizzante.
L’obiettivo di Putin: giustificare la mobilitazione generale
Per uscire da questo vicolo cieco, Putin ha bisogno di più uomini e di conseguenza di una mobilitazione generale. Tuttavia, un’iniziativa così impopolare non può essere giustificata con il solo stallo in Ucraina.
Al dittatore russo serve un nuovo nemico e un pericolo “esistenziale”. Per questo ha riacceso il focus sui Paesi Baltici, accusati di vessare le minoranze russofone. È lo stesso identico pretesto politico utilizzato da Hitler per i Sudeti nel 1938. A confermare questa direzione, la Duma ha approvato una legge che permette di dispiegare truppe all’estero per proteggere i compatrioti. Molti analisti vedono nell’exclave di Kaliningrad il prossimo potenziale casus belli.
Il ruolo dell’Europa e il futuro dell’Ucraina
Davanti a questo scenario, il tempo stringe e l’Europa deve agire strategicamente senza cadere nei finti tentativi di dialogo di Mosca:
Il nodo corruzione e la figura di Zelensky: la corruzione sistemica ucraina resta un problema serio, che ha già portato alla rimozione di stretti collaboratori del presidente. Zelensky gode di una forte legittimità e di un “culto di lealtà” come eroe nazionale, ma l’editoriale sottolinea come, per il bene della patria, saprebbe farsi da parte qualora capisse di essere diventato un ostacolo.
Integrazione di Kiev: l’Ucraina, con il suo milione di soldati addestrati, è la vera protezione del fianco orientale europeo. Diventa quindi fondamentale stringere un legame forte con l’UE (es. la formula di associazione proposta dal cancelliere Merz) o inserirla in una più vasta difesa europea (come auspicato dal ministro Crosetto).
1 giugno 2026





