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Economia

Patti e condizioni

Daniele Manca ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale incentrato sulle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

Scrive Manca: ”Torna centrale il nodo della competitività. «Senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti» dice il governatore, «dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario, è cresciuto di appena il 6 per cento contro incrementi compresi tra il 13 e il 34 per cento degli altri grandi Paesi dell’area euro». Scarsa innovazione, i bassi livelli di capitale umano, la dipendenza energetica, da decenni frenano l’Italia. Sull’energia stiamo agendo ma si deve accelerare su fonti rinnovabili, potenziamento delle reti e efficienza energetica. Sulla formazione conosciamo bene i limiti di un Paese dove solo un diplomato su due sceglie di continuare gli studi contro i 3 su 4 francesi e ormai anche spagnoli. Sappiamo quanto pesino su una demografia già difficile quei 100 mila laureati che tra il 2020 e il 2024 se ne sono andati all’estero”.

E continua: ”Ma è sulla scarsa innovazione che possiamo e dobbiamo avere uno scatto. Siamo ancora nella fase iniziale dell’adozione dell’ai nel mondo. Inutile perdersi nella disamina su ritardi o incongruenze o peggio mancanza di attori nazionali o europei che pure restano problemi reali. L’Europa può e deve fare molto. A cominciare da quel debito comune che per il solo fatto di esistere potrebbe garantire iniziative coordinate di investimenti di interesse europeo. Come quelli sulla tecnologia.  Ma cullarsi nell’attesa che i 27 governi decidano sarebbe più che miope. Invece «occorre agire con rapidità», dice Panetta. Ci sono rischi nell’Ai, certo. Come quelli relativi al lavoro. Ma è vero che le «grandi innovazioni non si limitano a rendere obsolete alcune professioni: ne generano di nuove» e che oggi il 60 per cento degli occupati svolge mansioni che ottant’anni fa non esistevano. Andranno previste reti di protezione per chi vedrà scomparire il proprio impiego ma anche quella formazione continua necessaria per stare al passo della nuova tecnologia”.

Il focus: L’Intelligenza Artificiale come leva di riscatto

Il cuore dell’analisi di Panetta è la «trasformazione» tecnologica. Di fronte a un quadro geopolitico ed economico mondiale sempre più complesso e interconnesso, l’adozione dell’Intelligenza Artificiale (AI) non è un’opzione, ma l’unica leva strategica per garantire all’Italia lo sviluppo e colmare i ritardi storici. Non agganciare questa svolta, come già accaduto negli anni Novanta, sarebbe un errore imperdonabile.

Il contesto economico: Frenata e nodo produttività

  • Il rallentamento: nonostante la buona tenuta post-2019, la crescita italiana si è attenuata. Nel 2025 il PIL è salito solo dello 0,5% (meno della metà della media euro), frenato dalla crisi del Golfo Persico, dal rallentamento tedesco e dalla perdita di potere d’acquisto dei salari.
  • Il problema strutturale: l’Italia sconta da decenni una produttività stagnante (il prodotto per ora lavorata nel settore privato è cresciuto solo del 6% dall’inizio del secolo, contro il 13-34% degli altri partner europei), causata da scarsa innovazione, dipendenza energetica e bassi livelli di capitale umano (fuga di cervelli e bassa percentuale di diplomati che prosegue gli studi).

La soluzione: un “Patto sul futuro” tra Stato e imprese

Per attivare il potenziale dell’AI serve un’azione sinergica, partendo dai punti di forza nazionali (infrastrutture di calcolo avanzate, tradizione scientifica e risparmio privato).

  • Il ruolo dello Stato: la scintilla deve partire dall’investimento pubblico. Lo Stato deve agire come committente primario, orientando la domanda verso applicazioni avanzate (sanità, energia, sicurezza, mobilità) per ridurre i rischi dei privati. Basta sussidi generici: servono politiche mirate capaci di mobilitare risorse.
  • Il ruolo delle imprese: sebbene il 30% delle aziende usi l’AI, solo il 5% lo fa in modo intensivo. Spesso l’uso è limitato a compiti semplici che aumentano la produttività del singolo, ma non trasformano i processi aziendali. Le imprese devono ritrovare l’ambizione che ha reso l’Italia la seconda potenza manifatturiera d’Europa.

Gestire il cambiamento: Lavoro e tempistiche

L’AI è una tecnologia transformativa (come fu l’elettricità), ma con una velocità di diffusione senza precedenti. Sebbene comporti rischi per l’occupazione, la storia dimostra che le grandi innovazioni creano nuove professioni (il 60% dei lavoratori odierni svolge mansioni inesistenti 80 anni fa). Sarà compito delle istituzioni creare reti di protezione e programmi di formazione continua per accompagnare i lavoratori in questa transizione.

In sintesi: L’Europa deve fare la sua parte (anche tramite il debito comune), ma l’Italia non può aspettare. È necessario un passaggio immediato dalla logica dell’emergenza a una programmazione pubblica e privata orientata al futuro.

30 maggio 2026