Veronica De Romanis ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui analizza la situazione dell’economia del nostro Paese che è ferma, e va male anche la produttività del lavoro.
Dice la de Romanis: ”Tra le righe del rapporto Ocse, intitolato «Product market regulation indicators» che misura il grado di competitività delle economie avanzate, l’Italia non ne esce bene: si colloca sempre sotto la media e, per esempio, sull’ingresso di nuove imprese nei servizi figura agli ultimi posti: Francia, Germania, Spagna e Portogallo ottengono risultati migliori. Se questi sono i risultati, è chiaramente sbagliato attribuire la colpa all’Europa. I cosiddetti “dazi”, dunque i prezzi maggiorati, esistono senz’altro, ma non arrivano da Bruxelles: sono il prodotto di scelte tutte italiane, come quella di non mettere a gara le concessioni balneari oppure di imporre il Golden power per impedire acquisizione tra imprese italiane. Di decisioni simili, nel nostro Paese se ne sono prese davvero molte”
1. La tesi del Governo: la colpa è della burocrazia europea
L’autrice apre citando le critiche di Giorgia Meloni (espresse all’Assemblea di Confindustria) verso un’Europa definita «gigante burocratico» che soffocherebbe la crescita degli Stati membri. A supporto di questa tesi, la Presidente del Consiglio ha spesso citato uno studio del FMI secondo cui le barriere interne all’UE equivalgono a dazi altissimi (44% sulle merci, 110% sui servizi). De Romanis contesta la solidità scientifica di tali cifre, definendole inverosimili e usate dalla politica come un mantra senza verifiche.
2. I dati reali: il problema è l’immobilismo italiano
Analizzando i dati disaggregati del rapporto OCSE (Product market regulation indicators), emerge che i limiti alla competitività non arrivano da Bruxelles, ma da scelte politiche interne. L’Italia è agli ultimi posti per l’ingresso di nuove imprese nei servizi. Esempi di questo protezionismo tutto italiano sono:
- Il rifiuto di mettere a gara le concessioni balneari.
- L’uso del Golden power per bloccare le acquisizioni tra imprese.
- La tendenza dei governi ad assecondare le corporazioni locali (definite dall’autrice una “Repubblica di Tribù”) per difendere rendite di posizione.
3. Il crollo della produttività del lavoro
Mentre il resto d’Europa cresce, l’Italia arretra in modo preoccupante sul fronte della produttività del lavoro per ora lavorata (preso 100 il valore del 2015):
- Nel 2025: la media UE sale a 106,8 (Germania 106,2; Spagna e Portogallo sopra 103). L’Italia scende a 98,7.
- Trend recente (2024-2025): a fronte di una crescita media UE dell’1,4%, l’Italia registra una flessione dello 0,6%.
4. Il fallimento d’impatto del PNRR
L’Europa, tutt’altro che “matrigna”, ha stanziato per l’Italia circa 200 miliardi di euro con il Next Generation EU. Tuttavia, i documenti ufficiali del governo (Documento di Finanza Pubblica) certificano l’inefficacia di queste risorse sul lungo periodo:
- Il PIL potenziale italiano viaggerà allo 0,6% nei prossimi quattro anni (meno della metà della media UE).
- Il contributo della produttività totale dei fattori (che misura l’efficienza del sistema e l’impatto reale del PNRR) sarà negativo (-0,2%) per tutto l’orizzonte previsivo.
In conclusione: l’economista evidenzia che il declino e l’immobilismo economico italiano sono il risultato diretto di precise scelte nazionali e non di vincoli europei. Continuare a dare la colpa a Bruxelles significa non volersi assumere le proprie responsabilità, trattando i cittadini «come dei bambini a cui si raccontano le favole».
29 maggio 2026





