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Economia

Alzare il debito non serve alla crescita. E non aiuta le donne e i giovani

Elsa Fornero ha pubblicato su La Stampa un editoriale che analizza la situazione economica dell’Italia e sottolinea alcuni aspetti trascurati dall’esecutivo Meloni.

Scrive la Fornero: ”Dopo quattro anni di governo, una stabilità politica rara nella storia recente e circa 200 miliardi di fondi europei destinati a riforme e investimenti — dunque a rafforzare il potenziale produttivo del Paese — la Presidente Meloni non ha trovato di meglio che addossare all’Europa i tanti lacci e le gabelle improprie che ci impedirebbero di crescere e di chiedere alla Commissione Europea il «coraggio della flessibilità». La storia dei “dazi interni europei” non è nuova. Anche Christine Lagarde, Presidente della Bce, vi ha fatto recentemente riferimento richiamando l’attenzione sugli ostacoli regolatori che ancora frammentano e intralciamo il mercato unico europeo. Senza questi vincoli alcuni prezzi potrebbero ridursi addirittura del 60 per cento e altri, soprattutto tra i servizi, persino azzerarsi. Dunque, l’Europa avrebbe regole e procedure che sono una pura tassa, un inutile intralcio al perseguimento del benessere dei cittadini europei. Si trascura spesso, però, che si tratta di norme adottate a salvaguardia dei diritti, della natura, del clima, della trasparenza dei governi e delle imprese”.

E continua: ”Quanti cittadini si possono ancora illudere con le favole del “bene comune” a portata di mano che soltanto la “cattiva matrigna” Europa ci impedisce di cogliere? (…) Siamo un Paese già fortemente indebitato e questa condizione di partenza incide sulla possibilità di debito futuro: lo sa bene la Germania che può affrontare un ingente programma di spese militari proprio perché parte da un basso debito iniziale (63,5 per cento del Pil contro il 138 per cento, il più alto d’Europa). Anche limitandoci agli anni 2000, il nostro debito è stato sistematicamente tra i 10 e, più frequentemente, i 20 punti di Pil superiore alla media dei Paesi dell’area euro. E sappiamo che, dal 2028, al debito già esistente, che ogni anno dobbiamo rinnovare o rimborsare, dovremo aggiungere le rate per la restituzione del prestito ottenuto per finanziare il Pnrr”.

1. Populismo vs statisti: il ruolo dell’Europa

  • La retorica dei capri espiatori: l’autrice distingue tra gli “statisti”, che indicano una direzione chiara ai cittadini nei momenti difficili, e i “populisti”, che cercano colpevoli esterni per canalizzare il malcontento.
  • Le accuse a Bruxelles: nonostante la stabilità politica e circa 200 miliardi di fondi europei (PNRR) ricevuti in quattro anni, la presidente Meloni continua ad addossare all’Europa la colpa della mancata crescita italiana, invocando una “flessibilità” per fare ulteriore deficit.
  • I vincoli europei: sebbene esistano lacci burocratici europei che frammentano il mercato unico (come ricordato anche da Christine Lagarde), Fornero sottolinea che molte di queste norme tutelano diritti, clima e trasparenza. In ogni caso, prima di criticare Bruxelles, l’Italia dovrebbe eliminare la propria inefficiente burocrazia interna per risultare credibile.

2. L’illusione del debito pubblico

  • Un problema strutturale: l’Italia sconta un debito di partenza altissimo (138% del Pil contro il 63,5% della Germania), che limita i margini di manovra futuri. Inoltre, dal 2028 bisognerà iniziare a rimborsare le rate dei prestiti del Pnrr.
  • Debito non è sinonimo di crescita: dagli anni 2000 a oggi, il debito italiano è stato costantemente superiore alla media europea, ma la crescita economica è rimasta cronicamente inferiore. Nello stesso periodo, il reddito pro-capite italiano è scivolato sotto la media UE, superato persino dai Paesi dell’Est (come la Polonia).

3. Spesa corrente anziché investimenti per giovani e donne

  • Il fallimento degli investimenti: poiché negli ultimi vent’anni gli investimenti pubblici italiani sono stati inferiori alla media UE, Fornero deduce che il debito accumulato sia servito a finanziare spesa corrente (es. pensionamenti anticipati) e non riforme strutturali.
  • Le conseguenze sociali: questa gestione ha lasciato l’Italia all’ultimo posto in Europa per occupazione femminile, con un’altissima disoccupazione giovanile (che spinge i giovani a emigrare) e con salari bassi e stagnanti.

4. La proposta alternativa: una visione da statista

  • Sfoltire le spese fiscali: invece di chiedere nuova flessibilità per fare debito, Meloni dovrebbe accogliere la proposta del Presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
  • La riallocazione delle risorse: l’obiettivo è sfoltire le agevolazioni fiscali per recuperare 20 miliardi di euro all’anno senza fare nuovo deficit, da dividere equamente in tre parti:
    • Un terzo alla crescita economica.Un terzo alla sanità.
    • Un terzo alla scuola.

Secondo l’autrice, questa sarebbe la vera dimostrazione di una visione politica profonda, lungimirante e da autentico statista.

29 maggio 2026