Angelo Panebianco ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale cerca di affrontare i gravi problemi che incombono sull’Europa servirebbe la ricostituzione di condizioni di sintonia fra ciò che è chiaro a una parte, forse maggioritaria, delle élites europee e ciò che pensano gli elettori.
Scrive Panebianco che il nostro ex presidente del Consiglio, Mario Draghi: ”auspicando l’adozione di un «federalismo pragmatico» che si liberi delle ingessature che provengono da un’epoca in cui le istituzioni europee operavano in un ambiente oggi radicalmente mutato, ha indicato la via giusta ma è una via che può essere perseguita solo se la consapevolezza dei problemi in gioco diventa patrimonio di una maggioranza di elettori europei, solo se la parte di classe politica che sa cosa l’Europa dovrebbe fare, riuscirà a trasmetterne il senso di urgenza agli elettori.Da quando prese il via, negli anni Cinquanta dello scorso secolo, il processo di integrazione europea e per un lunghissimo periodo, non ci fu disallineamento fra le scelte delle élites e gli orientamenti degli elettorati. L’integrazione era percepita da quasi tutti come utile al benessere collettivo. Élites e elettori erano in sintonia. Il disallineamento comincia nel XXI secolo. La data-simbolo è il 2005, l’anno in cui si tenne in Francia il referendum sulla (cosiddetta) «costituzione» europea”.
E prosegue: ”Una decina di anni dopo il referendum costituzionale in Francia, la Brexit confermò che la sintonia fra élites ed elettori apparteneva definitivamente al passato.Si consideri la situazione attuale. In Gran Bretagna ha il vento in poppa il campione dell’anti-europeismo Nigel Farage. In Germania, il partito oggi primo nei sondaggi è Alternative für Deutschland. In Francia il Rassemblement National ha buone probabilità di conquistare la presidenza della Repubblica. In tutti e tre i casi, si tratta di formazioni nelle quali un atteggiamento che oscilla fra l’ostilità aperta e la diffidenza per l’Europa si combina con un orientamento tutt’altro che ostile alla Russia di Putin”
Il tema centrale: il “disallineamento” tra élite ed elettori
L’analisi di Panebianco parte da un paradosso: mentre le élite europee concordano quasi unanimemente con le tesi di Mario Draghi sulla necessità di un “federalismo pragmatico” e di un rinnovamento urgente dell’Unione per non soccombere, nella pratica restano immobilizzate. Il motivo è il “disallineamento”: la frattura profonda tra la consapevolezza dei leader e gli orientamenti di una gran parte degli elettori, che non sembrano pronti a sostenere tali cambiamenti.
Le cause storiche della rottura
Il professore ripercorre le tappe di questo distacco:
- L’età dell’oro (Anni ’50 – fine XX secolo): Per decenni l’integrazione è stata vista come fonte di benessere collettivo. C’era una sintonia naturale tra governo e cittadini (il cosiddetto “consenso permissivo”).
- Il punto di svolta (2005): Il referendum francese sulla Costituzione europea segna la fine del patto tacito. L’integrazione, diventando sempre più pervasiva, ha iniziato a generare conflitti politici anziché consenso unanime.
- Il contesto internazionale: Durante la Guerra Fredda, la minaccia sovietica obbligava l’Europa alla coesione sotto l’ombrello americano. Caduto quel muro, gli elettori si sono sentiti liberi di scegliere posizioni anti-europeiste, processo culminato poi con la Brexit.
I pericoli attuali e la questione sicurezza
Panebianco evidenzia come oggi le forze anti-europeiste (come AfD in Germania o il Rassemblement National in Francia) siano in forte ascesa. Queste formazioni spesso uniscono l’ostilità verso l’UE a una pericolosa ambiguità verso la Russia di Putin. Il “banco di prova” di questa crisi è l’Ucraina: abbandonare Kiev significherebbe per l’Europa rinunciare alla propria indipendenza futura. Tuttavia, anche in Italia, il sostegno a Kiev (portato avanti da Giorgia Meloni) deve fare i conti con sondaggi che non mostrano una maggioranza schiacciante a favore.
La conclusione: Il rischio dei leader
La ricetta di Draghi — un “federalismo pragmatico” guidato da un nucleo di Paesi volenterosi — è l’unica via d’uscita. Ma per realizzarla, conclude Panebianco, non basta la competenza tecnica: serve una classe politica coraggiosa, capace di rischiare il proprio futuro elettorale per convincere i cittadini che l’integrazione e la sicurezza comune sono l’unico modo per garantire prosperità alle future generazioni.
23 maggio 2026





