Claudio Cerasa ha pubblicato su Il Foglio un editoriale nel quale sostiene che il lato politico di Elon Musk possa essere inquietante e criticabile, ma che il suo ruolo imprenditoriale resti impossibile da ignorare. Il punto di partenza è la possibile IPO record di SpaceX, valutata fino a 1.750 miliardi di dollari: non solo un evento finanziario enorme, ma il simbolo della capacità di Musk di dominare “l’immaginario del futuro”.
Dice Cerasa: ”Lo Spazio, i satelliti, i razzi, le auto, i social network, l’intelligenza artificiale. Accanto a questo elemento esiste poi un altro grande non detto che riguarda la scommessa fatta dagli investitori su Musk, nonostante la sua eccentricità evidente, il suo populismo conclamato, il suo estremismo rivendicato. Musk, a differenza di entità statali come la Cina che investono forte sulla tecnologia per permettere ai regimi autoritari di moltiplicare la propria forza nel futuro, per quanto possa avere pulsioni autoritarie è figlio della società aperta, è figlio dell’Occidente, è figlio del mercato e, per quanto abbia un profilo non esattamente ideale per chi abbia a cuore i valori non negoziabili di una società aperta, il suo essere un visionario lo ha trasformato in una infrastruttura semplicemente indispensabile per chi non voglia arrendersi a regalare ai regimi autoritari il monopolio del futuro. Nel prospetto presentato mercoledì, Spacex immagina il futuro, e lo vende, attraverso data center orbitali, chip per l’intelligenza artificiale, viaggi verso la Luna e Marte, una nuova e redditizia economia lunare. Immagina un futuro con molte opportunità e con molte incognite, non ultima anche la scommessa sull’intelligenza artificiale, perché con sincerità Musk dice che gli investimenti sull’ai sono e saranno tantissimi ma nessuno ancora sa come rendere redditizi questi investimenti. Musk ammette che oggi con L’AI perde molto più di quanto incassa: a fronte di 818 milioni di ricavi, la divisione AI ha perso 2,47 miliardi nel primo trimestre 2026, nel 2025 la divisione AI ha registrato 6,4 miliardi di perdite operative e gli investimenti in conto capitale destinati all’ai sono stati 12,7 miliardi. Ma allo stesso tempo Musk chiede soldi perché sta spiegando agli investitori che ciò che conta oggi non è solo fare profitti, con L’AI, ma è conquistare una posizione, essere in prima fila, avere maggiori capacità di calcolo, in vista di una scommessa su un mercato futuro che ancora non c’è ma che forse ci sarà”.
E prosegue: ”Gli osservatori più attenti al rapporto fra tecnologia, società aperta e democrazia – che avranno comunque notato che l’inafferrabile Musk negli ultimi mesi con la sua Starlink ha svolto un ruolo cruciale in due conflitti, in Ucraina e in Iran, nel primo caso aiutando l’esercito ucraino con la sua tecnologia, non concessa alla Russia, e nel secondo caso aiutando i civili iraniani a non essere sconnessi dal mondo, nonostante il taglio della rete voluto dagli ayatollah – hanno ragione a dire che Musk è insieme il sintomo della forza occidentale e della sua debolezza. Forza, perché nessun altro sistema produce imprenditori capaci di mettere in orbita razzi, satelliti e reti libere. Debolezza, perché a volte le democrazie che appaltano a un singolo individuo funzioni che dovrebbero appartenere agli stati rischiano naturalmente qualcosa. Ma di fronte alla mostruosa Ipo in arrivo da Musk, chi non ama Musk non dovrebbe preoccuparsi solo dei rischi di monopolio, di conflitto di interessi, di oligarchia digitale. Di fronte alla mostruosa Ipo in arrivo, chi ama la società aperta dovrebbe innanzitutto rallegrarsi per il fatto che un brutto ceffo come Musk debba rispondere, nelle sue azioni, non a un regime autoritario ma al suo esatto contrario, ovvero al mercato, e affidarsi al mercato, quando si parla di tecnologia, significa avere più doveri di trasparenza, più vigilanza, più democratizzazione dei profitti. E d’altra parte, chi non ama Musk dovrebbe chiedersi non come ridurre il suo peso nel mondo, come contenerlo, come limitarlo, ma come fare di tutto affinché vi siano alternative al suo possibile monopolio nell’immaginario del futuro. Il rapporto Draghi, tanto per dirne una, dice che l’europa ha infrastrutture spaziali di livello mondiale, come Galileo e Copernicus, ma anche che l’europa sta perdendo terreno nei lanci commerciali, nelle megacostellazioni, nella propulsione, nei ricevitori. In Europa, per dire, la spesa pubblica per lo Spazio nel 2023 era di 15 miliardi di dollari, contro i 73 miliardi negli Stati Uniti. E se un Musk nascesse in Europa, prima ancora di pensare a come trasformare il suo immaginario in un capitale, dovrebbe probabilmente occuparsi di come evitare che la sua creatura possa essere considerata troppo grande per non finire intrappolata nella rete mortale della burocrazia europea. Lo si può odiare, detestare, disprezzare. Lo si può osservare con terrore, preoccupazione, diffidenza. Ma la mostruosa Ipo in arrivo di Spacex andrebbe studiata non solo per capire cosa manchi al modello Musk per essere totalmente rassicurante, ma anche per capire cosa manchi al resto del mondo per avere un’alternativa non di regime al modello Musk”.
Secondo Cerasa, Musk non vende semplicemente tecnologia — razzi, satelliti, AI, auto o social network — ma una visione coerente e potente del futuro. È questa capacità narrativa che spinge investitori e opinione pubblica a tollerargli comportamenti che ad altri non sarebbero perdonati. Il suo vero monopolio, dice l’autore, non è economico ma culturale e simbolico.
L’editoriale insiste anche su un altro aspetto: pur con tratti populisti ed estremisti, Musk resta un prodotto dell’Occidente liberale e del mercato, non di un regime autoritario. Per Cerasa questo conta molto, soprattutto nella competizione tecnologica globale con la Cina. SpaceX e Starlink diventano così strumenti della forza occidentale: lo si è visto in Ucraina, dove Starlink ha aiutato Kiev, e in Iran, dove ha consentito ai civili di restare connessi nonostante la censura del regime.
Cerasa riconosce però anche i rischi: affidare a un singolo imprenditore infrastrutture strategiche può indebolire le democrazie e creare concentrazioni di potere problematiche. Ma invece di limitarsi a demonizzare Musk, l’Europa e l’Occidente dovrebbero chiedersi perché non riescano a produrre alternative credibili. Qui entra la critica all’Europa: troppa burocrazia, pochi investimenti e poca ambizione rispetto agli Stati Uniti. Il risultato è che l’innovazione radicale nasce altrove.
La conclusione dell’editoriale è che il “modello Musk” va studiato non per copiarne gli eccessi, ma per capire come creare una nuova classe di innovatori occidentali capaci di competere sul terreno decisivo del futuro, senza lasciare il monopolio dell’immaginazione né ai regimi autoritari né a un solo uomo.
22 maggio 2026





