Veronica de Romanis ha pubblicato su La Stampa un articolo nel quale scrive che nel 2025 l’Italia ha speso 87 miliardi in spesa per interessi, dieci in più rispetto al 2023. Nello stesso periodo il debito (oggi di 3.205 miiardi di euro, con un incremento di ben 463 miliardi di euro nella sola era meloniana) è passato dal 134 per cento al 136,7 per cento del Pil ed è previsto crescere ancora nel biennio 2026-2027 fino al 138,4 per cento del Pil a causa dello scellerato Bonus 110 per cento. Così, in una situazione di forte incertezza come quella attuale, lo spread – che misura la fiducia dei creditori nei confronti dei nostri conti, ha superato i 110 punti base, venticinque in più rispetto all’inizio di settembre. Per il prossimo biennio, il governo prevede nel Documento di Finanza Pubblica un costo del debito superiore ai cento miliardi l’anno: una dimensione simile a quattro Finanziarie, per intenderci. Il debito, dunque va ridotto non aumentato. Il secondo punto è proprio questo: non c’è alternativa alla politica del rigore. Occorre continuare sulla strada della stabilità.
Scrive la de Romanis: ”L’inflazione si è attestata a settembre al 4,2 su base annua, il livello più elevato dal 2023. Per far fronte ad un simile balzo, Giorgia Meloni ha chiesto alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme di Bilancio previste dal Patto di Stabilità e Crescita rivisto nel 2024. In concreto, la possibilità di utilizzare le maggiori entrate derivanti dall’incremento dei prezzi per sostenere famiglie e imprese e, in particolare, finanziare le spese extra prodotte dall’indicizzazione di alcune voci a cominciare dalle pensioni. La richiesta è politicamente comprensibile ma rischia di non essere in linea con le regole concordate e negoziate proprio dall’attuale Governo, che prevedono il rispetto del criterio legato alla dinamica della spesa netta”.
E prosegue: ”Occorre continuare sulla strada della stabilità. Andare nella direzione opposta e percorre quella della flessibilità, cioè maggiore debito, sarebbe una strategia fallimentare: vanificherebbe i risultati conseguiti fino ad oggi dal Governo e, soprattutto, si rivelerebbe una ricetta sbagliata in presenza di spinte inflazionistiche. Qui arriviamo al terzo elemento critico della richiesta di flessibilità Meloni. Attuare una politica fiscale espansiva, dunque spendere di più, può sembrare a prima vista la soluzione ideale”.
Per concludere: ”L’inflazione – come è noto – è una tassa, E, tra le peggiori perché è regressiva: colpisce specialmente le persone meno abbienti. Si combatte, da una parte, con una politica monetaria restrittiva, e dall’altra con politiche di bilancio selettive”.
La richiesta del Governo e il contesto economico. A fronte di un’inflazione salita al 4,2% a settembre (livello massimo dal 2023), Giorgia Meloni ha chiesto alla Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, maggiore flessibilità nelle regole di bilancio del Patto di Stabilità rivisto nel 2024. L’obiettivo è usare le maggiori entrate fiscali prodotte dall’inflazione per sostenere famiglie, imprese e coprire l’indicizzazione delle spese (es. pensioni).
Le criticità della richiesta rispetto al Patto di Stabilità Le regole concordate prevedono il rispetto di una traiettoria per la spesa netta. Le entrate derivanti dall’inflazione hanno carattere automatico e temporaneo; usarle per finanziare uscite permanenti viola la logica del Patto e rischia di generare nuovo debito futuro, riproponendo la prassi di finanziare la spesa con risorse inesistenti.
I tre nodi della critica dell’autrice
- Peso e insostenibilità del debito: il debito continua a crescere (stimato al 138,4% del Pil nel biennio 2026-2027, appesantito anche dall’impatto del Superbonus 110%) e lo spesa per interessi supererà i 100 miliardi l’anno (pari a quattro manovre finanziarie). Con uno spread in aumento oltre i 110 punti base, il debito va ridotto, non incrementato.
- Necessità del rigore: la flessibilità (cioè fare più debito) vanificherebbe i risultati di stabilità conseguiti e si rivelerebbe una scelta sbagliata di fronte alle spinte inflazionistiche.
- Effetto controproducente dell’espansione fiscale: aumentare la spesa alimenterebbe ulteriormente l’inflazione, una tassa regressiva che colpisce soprattutto i ceti meno abbienti. L’inflazione si contrasta con la politica monetaria della BCE e con interventi fiscali strettamente mirati.
La soluzione proposta. Non servono né nuova spesa a debito né nuove tasse (come le patrimoniali, inefficaci e causa di fuga di capitali). L’unica strada da percorrere è la redistribuzione della spesa pubblica esistente all’interno del bilancio dello Stato, tagliando o riallocando parte dei 1.157 miliardi di fondi pubblici attualmente spesi con scarso impatto su crescita ed equità.
8 ottobre 2026





