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Economia

L’effetto tampone del Pnrr

L’economista prof. Pietro Reichlin ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui scrive che con l’esaurimento, a fine giugno, del flusso di fondi europei del PNRR, si apre il momento del bilancio per l’Italia, principale beneficiaria del programma con 194,4 miliardi di euro tra sussidi e prestiti. Valutarne l’efficacia è però complesso: mancano controfattuali affidabili e il piano aveva obiettivi eterogenei, sia congiunturali sia strutturali.

Si chiede Reichlin:”Abbiamo speso bene i soldi che ci ha dato l’Europa? Si potrà dire, dopo l’esperienza del Pnrr, che la nostra crescita sia legata alla possibilità di spendere di più e a debito? La risposta a queste domande contribuirà in senso positivo o negativo a rendere possibile la creazione di uno strumento fiscale comune a livello europeo. Tuttavia, non sarà facile fare un consuntivo sull’efficacia del programma, sia perché è complicato valutare il contro fattuale (quanto saremmo cresciuti dalla fine del Covid in assenza del piano), sia perché gli stessi obiettivi del Pnrr erano molteplici e, in parte, confusi”.

E continua: ”Il Pnrr ha probabilmente evitato che l’Italia ricadesse in recessione ma ha contribuito poco alla dinamica del nostro Pil nel breve periodo. L’impatto molto positivo che era stato previsto a inizio programma si è realizzato solo in parte. Una delle ragioni è che abbiamo chiesto troppi soldi in rapporto alla nostra capacità di spesa e, in particolare, alla cronica inefficienza della nostra amministrazione pubblica”.

Sul piano congiunturale, le stime indicano che il Pnrr ha sostenuto la crescita post-Covid per 0,3–0,5 punti percentuali l’anno, con un moltiplicatore vicino a uno: ogni euro speso ha generato circa un euro di Pil. L’effetto principale è stato dunque quello di evitare una nuova recessione, più che di accelerare significativamente la crescita. Le aspettative iniziali più ottimistiche si sono ridimensionate a causa della limitata capacità di spesa, dell’inefficienza della pubblica amministrazione e dei ritardi su digitale, transizione ecologica e infrastrutture.

Un problema rilevante è l’uso dei fondi come sostituzione di spesa ordinaria (incentivi, sussidi, emergenza energetica) per contenere il deficit, scelta che rischia di dare un segnale negativo all’Europa se il Pnrr finisse per alimentare assistenzialismo ed evitare una vera spending review.

Il vero banco di prova resta l’impatto strutturale: riforme di Pa, giustizia, appalti, concorrenza, istruzione, inclusione sociale e partecipazione femminile al lavoro. Il Pnrr ha tolto l’alibi della mancanza di risorse, ma finora le riforme appaiono parziali e insufficienti. Anche l’aumento dell’occupazione, unico dato positivo recente, è giudicato deludente e concentrato sulle fasce d’età più alte, mentre donne e giovani restano indietro.

In conclusione, Reichlin sottolinea che il successo del Pnrr — e la credibilità futura di uno strumento fiscale europeo comune — dipenderà soprattutto dalla capacità dell’Italia di colmare i suoi ritardi strutturali. È stato probabilmente un errore concentrare così tante risorse in poco tempo e frammentarle su troppi progetti a rendimento sociale incerto. La lezione di questa esperienza sarà decisiva per le politiche europee dei prossimi anni.

28 aprile 2026