Il Corriere Blog

Quotidiano online

Sostieni il Corriere Blog



Esteri

Il secolo cinese e il circo americano

L’articolo di Maria Laura Rodotà descrive il viaggio di Donald Trump in Cina come il simbolo di un passaggio storico: l’ascesa della Cina e il declino dell’egemonia americana.

Secondo l’autrice, il contrasto tra Trump e Xi Jinping è evidente. Xi appare come il rappresentante di un potere autoritario, disciplinato e millenario, capace di controllo e grandiose coreografie collettive; Trump invece incarna un’autorità spettacolare e caotica, fatta di esibizionismo, culto della personalità e improvvisazione.

Rodotà sottolinea come Trump sembri affascinato dagli autocrati e disposto a trattare Xi con grande rispetto, pur avendo spesso attaccato la Cina in passato. Durante la visita evita toni aggressivi, elogia Xi come leader forte e parla di un “fantastico futuro insieme”, mostrando però anche superficialità e incoerenza nelle dichiarazioni.

Scrive Rodotà: ”Donald Trump tratta bene Xi Jinping perché gli piacciono gli autocrati; è lo stesso Trump che maltratta i leader europei soprattutto quando si prostrano, alla Mark Rutte e altri, e si sa. Trump non viene accolto all’aeroporto dal presidente cinese né dal ministro degli Esteri, neanche fosse uno scalzacani da un Paese satellite, ed è contento lo stesso. Trump viene salutato da un reggimento di bambini e bambine che saltano in sincronia e apprezza molto; e sui social commentano dandogli dell’amico di Jeffrey Epstein, del presunto stupratore di tredicenni, e altro. Xi parla della trappola di Tucidide, di come evitare una guerra quando una potenza emergente lavora per sostituire una potenza dominante; Trump dice che negli Stati Uniti ci sono più ristoranti cinesi che fast food, ed «è un’affermazione importante». Stiamo entrando nel secolo cinese, ci informano, e la potenza quasi ex dominante non fa una gran figura”.

E continua: ”’I Ceo americani che viaggiano con Trump in Cina non considerano se stessi in competizione con la Cina. Lo pensano in molti e lo scriveva ieri l’economista di Berkeley ed ex segretario al Lavoro con Bill Clinton, Robert Reich: «Al contrario, non desidererebbero nulla di meglio che guadagnare di più… aprendo altre fabbriche e centri di ricerca ad alta produttività e a basso costo in Cina, assumendo sempre più talenti locali». Per questo, fa capire Reich, oltre alla guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, quella raccontata da Tucidide e analizzata dai suoi studiosi, c’è una questione di microchip, e di merci e lavoro a basso costo: «È una distinzione importante. I Ceo delle aziende cinesi sono in affari non solo per fare soldi, ma anche per rafforzare il potere geopolitico della Cina nel mondo. I Ceo delle aziende americane vogliono fare palate di soldi, ovviamente, ma non gliene frega un bel niente di rafforzare il potere geopolitico dell’America nel mondo». In più, neanche il soft power si sente tanto bene”.

Un altro tema centrale è il ruolo dei grandi imprenditori americani presenti nella delegazione — manager e miliardari legati a colossi finanziari e tecnologici — che, secondo l’articolo, sembrano interessati soprattutto ai profitti e non alla competizione geopolitica con la Cina. Viene citato Robert Reich, secondo cui le aziende americane cercano convenienza economica in Cina, mentre quelle cinesi lavorano anche per rafforzare la potenza nazionale.

L’articolo insiste poi sul declino del “soft power” americano: gli Stati Uniti non appaiono più culturalmente dominanti o affascinanti come un tempo. Anche gli aspetti estetici e simbolici della visita — dagli outfit della famiglia Trump alle scenografie politiche — vengono descritti con ironia come segni di cattivo gusto e perdita di prestigio internazionale.

In conclusione, Rodotà presenta il confronto tra Cina e Stati Uniti come uno scontro tra due modelli di potere: da una parte un autoritarismo efficiente e compatto, dall’altra un’America trumpiana trasformata in spettacolo populista e commerciale, meno autorevole e meno capace di guidare il mondo.

16 maggio 2026