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Esteri

Il vertice e le paure di Taiwan

Guido Santevecchi ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale analizza le tensioni attorno al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, concentrandosi soprattutto sul destino di Taiwan.

Scrive Santevecchi: ”Vediamo le mosse di Trump in questi mesi, al solito ambivalenti se non sfacciatamente contraddittorie e caotiche. Ha esordito nel 2025 dichiarando che anche Taiwan, come tutti gli altri alleati storici, «ha troppo a lungo sfruttato l’America», «rubando la tecnologia dei semiconduttori Usa» per diventare superpotenza nella produzione dei microchip che mandano avanti l’industria tecnologica mondiale. Subito ha minacciato dazi a Taipei, ordinando al suo governo di investire 250 miliardi in nuove fabbriche negli Usa. A dicembre però ha autorizzato la vendita a Taiwan di armi per oltre 11 miliardi di dollari: il pacchetto di forniture militari più consistente nella storia dei rapporti tra l’America e la sua protetta. Pechino ha reagito con due giorni di manovre militari a fuoco intorno all’isola: Marina, Aviazione ed Esercito cinesi hanno simulato il blocco dei porti taiwanesi e la presa di controllo di teste di ponte nell’est dell’isola. L’esercito popolare di liberazione ha rafforzato il messaggio affermando che «la corda intorno al collo dei separatisti si sta stringendo sempre di più». Trump ha taciuto, giocando bene la carta della «strategic ambiguity» per lasciare nel dubbio Xi senza far saltare le trattative commerciali. E ha tenuto in sospeso il via libera a un nuovo pacchetto di forniture difensive a Taipei, del valore di 14 miliardi di dollari”.

E continua: ”Ecco la domanda che potrebbe cadere sul tavolo del vertice con Trump: negli ultimi tempi Pechino ha fatto sapere che sarebbe opportuna una dichiarazione in base alla quale gli Stati Uniti «si oppongono all’indipendenza» di Taiwan. Al momento la posizione formale di Washington è che «appoggiamo lo status quo e non sosteniamo l’indipendenza». Sembra una sottile questione semantica, ma il cambio di linguaggio sarebbe considerato da Xi un successo e a Taipei come una prova di ulteriore isolamento e abbandono. Trump ha mostrato di essere capace di dire tutto e il contrario di tutto, anche nello stesso giorno. Finora su Taiwan ha tenuto viva l’ambiguità essenziale a mantenere lo status quo. C’è da sperare che la previsione di Bolton non si avveri”.

Il punto centrale è la paura che Trump, pur di ottenere un grande accordo commerciale con la Cina, possa fare concessioni a Xi proprio sulla questione taiwanese. Gli Stati Uniti da decenni proteggono Taiwan grazie alla cosiddetta “ambiguità strategica”: riconoscono formalmente “una sola Cina”, ma continuano a sostenere militarmente Taipei senza dire chiaramente se interverrebbero in caso di invasione cinese.

Secondo l’articolo, Xi arriva al vertice convinto che la Cina sia in ascesa e che gli Stati Uniti siano più deboli e distratti, anche per effetto della crisi iraniana. Tuttavia Trump resta imprevedibile: questa caratteristica può essere sia un vantaggio sia un rischio.

Santevecchi ricorda che Trump ha avuto atteggiamenti molto contraddittori verso Taiwan:

  • da una parte ha accusato Taipei di aver “rubato” agli Usa il primato nei semiconduttori e ha minacciato dazi;
  • dall’altra ha autorizzato enormi vendite di armi all’isola, rafforzandone la difesa.

La Cina ha reagito con esercitazioni militari intorno a Taiwan, simulando blocchi navali e operazioni di invasione. Trump però ha mantenuto il silenzio, continuando la linea dell’ambiguità strategica per non compromettere i negoziati con Pechino.

Un elemento importante è il timore espresso da John Bolton, secondo cui Trump potrebbe “vendere” Taiwan in cambio di un accordo con la Cina. Bolton cita anche un episodio simbolico: Trump avrebbe paragonato Taiwan alla punta di una penna e la Cina alla grande scrivania presidenziale, suggerendo l’enorme sproporzione di forza tra i due.

L’articolo descrive anche la strategia di Xi:

  • pressione militare costante su Taiwan;
  • epurazione di generali contrari a un conflitto;
  • tentativi più recenti di isolare politicamente Taipei, dialogando con l’opposizione taiwanese del Kuomintang.

Infine, Santevecchi evidenzia una questione diplomatica apparentemente semantica ma molto delicata: la Cina vorrebbe che Washington dichiarasse esplicitamente di “opporsi all’indipendenza” di Taiwan, invece della formula attuale (“non sosteniamo l’indipendenza”). Per Pechino sarebbe una vittoria politica; per Taiwan, un segnale di isolamento e abbandono.

La conclusione dell’articolo è prudente: Trump finora ha mantenuto l’ambiguità necessaria a conservare lo status quo, ma la sua imprevedibilità lascia aperta la preoccupazione che possa davvero concedere qualcosa a Xi su Taiwan.

13 maggio 2026