Costanza Cavalli ha pubblicato un articolo su Libero nel quale sostiene che Stati Uniti e Cina siano entrati in una fase di competizione dura ma inevitabilmente cooperativa: possono colpirsi economicamente e strategicamente, ma non possono davvero separarsi senza danneggiare sé stessi.
Scrive Cavalli: ”A confrontare le carte programmatiche delle superpotenze emerge qualcosa di più interessante della constatazione che entrambi vogliono evitare la guerra: emerge che la evitano per le stesse ragioni. La Strategia di Difesa Nazionale americana del gennaio 2026 abbandona il liberalismo internazionale: la formula verso la Cina è «forza, non confronto», gli obiettivi sono «pace dignitosa» e stabilità commerciale. Il Libro Bianco cinese del maggio 2025 arriva alla stessa conclusione: per Xi non esiste modernizzazione senza stabilità esterna. Il paradosso è più profondo di quanto sembri: un conflitto su Taiwan non fermerebbe il progetto di Xi, lo cancellerebbe. Ne emerge un contenimento reciproco gestito: nessuno può permettersi la guerra senza distruggere ciò che sta costruendo in casa. La risposta americana è quella che Elbridge Colby, consigliere del Pentagono fin dalla prima amministrazione Trump, chiama strategia dell’impedimento: uno schieramento preventivo lungo la Prima catena di isole – dal Giappone alle Filippine passando per Taiwan – che renderebbe un’invasione cinese così costosa da essere abbandonata prima di cominciare. La due giorni del 14-15 maggio è il primo di quattro incontri previsti durante l’anno: seguiranno l’Apec (la Cooperazione economica Asia-Pacifico) a Shenzhen, il G20 a Miami e una visita di stato di Xi a Washington. Stavolta l’urgenza è l’Iran: Bessent ha chiesto pubblicamente che la Cina usi la propria influenza su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz; Xi ha bisogno delle stesse rotte per la sua industria. È interesse materiale condiviso e Pechino lo ha dimostrato ricevendo il ministro degli Esteri iraniano nei giorni scorsi”.
Il punto di partenza è la crisi commerciale del 2025: Trump impose dazi altissimi sulle merci cinesi e Pechino reagì bloccando l’export di terre rare. Lo scontro provocò turbolenze finanziarie e problemi nelle catene di approvvigionamento, fino a costringere Washington a moderare la linea. Da qui la tesi centrale: il “disaccoppiamento” totale tra le due economie è impraticabile.
L’autrice evidenzia che:
- la Cina continua a dipendere dal mercato americano e dal dollaro;
- gli Usa restano legati alla produzione cinese;
- i tentativi di separazione hanno solo spostato il commercio verso Paesi intermediari come Vietnam e Messico, aumentando i costi senza eliminare la dipendenza reciproca.
Secondo Cavalli, anche sul piano strategico i due Paesi vogliono evitare una guerra per la stessa ragione: entrambi hanno bisogno di stabilità interna per portare avanti i propri progetti nazionali. Un conflitto su Taiwan sarebbe devastante sia per Xi Jinping sia per gli interessi americani.
L’articolo descrive quindi una sorta di “contenimento reciproco gestito”:
- Washington rafforza la deterrenza militare nel Pacifico (Giappone, Filippine, Taiwan);
- Pechino accelera sul riarmo, sull’intelligenza artificiale e sul nucleare;
- ma nessuna delle due potenze può permettersi uno scontro diretto.
Il vertice Trump-Xi viene presentato come un passaggio cruciale. I temi sul tavolo includono:
- Iran e sicurezza dello Stretto di Hormuz;
- commercio e possibili accordi permanenti sugli acquisti cinesi di prodotti americani;
- Taiwan, che resta il nodo più esplosivo anche se non verrà affrontato apertamente nei comunicati ufficiali.
Cavalli sottolinea inoltre il paradosso politico:
- Trump deve mostrarsi duro con la Cina per ragioni elettorali;
- Xi deve apparire inflessibile su Taiwan per il Partito comunista.
Dietro la retorica pubblica, però, entrambi avrebbero interesse a mantenere una convivenza stabile. Il rischio, in caso di fallimento del dialogo, è la cosiddetta “trappola di Tucidide”: la guerra tra una potenza dominante e una emergente.
13 maggio 2026





