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Esteri

Le richiesta trumpiane mettono in ginocchio l’Ue

Articolo realizzato con Ai

Donald Trump vuole mantenere alti gli introiti dalle tariffe e sta adottando una linea guardinga con la Cina, consapevole della sua forza economica e del controllo sulle terre rare, essenziali per l’industria hi-tech. Trump ha ripreso l’offensiva commerciale senza fare sconti agli alleati, dopo aver incassato oltre 100 miliardi di dollari in dazi dall’inizio dell’anno.

Le richieste di Trump:

  • Maggiori acquisti di gas e armi dagli Stati Uniti per l’Europa
  • Respinge le diagnosi degli economisti che avvertono sui danni dei dazi per l’economia globale
  • Punta sulle debolezze dell’Europa, come l’assenza di terre rare e le divisioni economiche interne

Reazioni dell’Unione Europea:

  • Linea dell’appeasement, cercando di evitare rappresaglie
  • Esclusione delle imprese americane dalla tassazione delle multinazionali che operano nell’UE
  • Promesse di acquisti maggiori dagli Stati Uniti per placare Trump

Critiche e preoccupazioni:

  • Perdita di fiducia nel dollaro e nei titoli del Tesoro Usa
  • Minacce di raddoppio dei dazi al 60% se l’Europa non accetta le condizioni di Trump
  • Differenze interne all’UE, come la posizione della Germania su settori chiave, potrebbero indebolire la posizione europea.
  • Trump e il ritorno del protezionismo: un pericolo per il commercio globale?
  • L’8 novembre 2024, Donald Trump è stato rieletto Presidente degli Stati Uniti, promettendo un ritorno alle sue politiche protezionistiche. Questa vittoria segna un punto di svolta non solo per l’economia americana, ma anche per i rapporti internazionali. Le sue proposte, che includono dazi universali e un maggiore isolamento economico dalla Cina, potrebbero avere conseguenze profonde sull’Unione Europea e sull’economia mondiale.
  • THE DONALD 2.0: OBIETTIVO REINDUSTRIALIZZAZIONE (1)
  • Il secondo mandato di Trump si apre con un piano ambizioso: tariffe universali del 10% o 20% su tutte le importazioni e fino al 60% sui beni cinesi. Il fine dichiarato è quello di proteggere i lavoratori e le industrie americane, con particolare attenzione alla reindustrializzazione dei settori tradizionali come quello chimico, automotive e meccanico, duramente colpiti dalla globalizzazione degli anni Ottanta che ha trasferito molte attività produttive in Asia. Quella che era una strategia di espansione economica ha ora rivelato i propri limiti: settori strategici per la difesa e l’innovazione sono stati ridimensionati. Allo stesso tempo il Pentagono ha espresso perplessità per un apparato industriale incapace di rispondere adeguatamente alle sfide della sicurezza nazionale.
  • Trump intende invertire questa tendenza con un mix di deregulation, tagli fiscali e dazi per rendere di nuovo l’America “first e, quindi, meno dipendente dalle importazioni.
  • Per raggiungere questo obiettivo la nuova Amministrazione promette dunque di adottare due tipi di politiche. Dal punto di vista interno, Trump mira all’efficientamento dello Stato, dal punto di vista esterno vi è un attaccamento (ideologico) ai dazi, pilastro della sua politica commerciale.
  • Questa strategia rappresenterebbe una svolta ancora più drastica rispetto alle politiche protezionistiche adottate durante la sua presidenza 2017-2021, quando erano stati imposti dazi su oltre 350 miliardi di dollari di merci cinesi. L’introduzione di tariffe universali, infatti, azzererebbe le distinzioni tra Paesi alleati e rivali, rischiando di allontanare partner storici come l’Unione Europea e il Giappone.
  • A ciò si aggiunge un ulteriore pericolo: Trump potrebbe sfruttare i dazi non solo per generare entrate doganali, ma anche come strumento politico. I Paesi desiderosi di ottenere un abbassamento delle tariffe si potrebbero trovare, infatti, costretti a offrire concessioni agli USA, come una maggiore spesa militare da parte dell’Europa o investimenti industriali dagli alleati asiatici.
  • Una possibile alternativa ai dazi sarebbe una svalutazione del dollaro, come avvenne durante l’Amministrazione Reagan con gli Accordi del Plaza del 1985. Allora, Stati Uniti, Germania Occidentale e Giappone concordarono di abbassare il valore del dollaro per riequilibrare le bilance commerciali. La manovra ebbe un impatto significativo sui mercati globali, al punto che fu corretta nel 1987 con gli Accordi del Louvre per evitare un deprezzamento eccessivo della valuta americana. Quella soluzione, però, richiedeva un consenso internazionale, difficilmente raggiungibile nell’attuale contesto geopolitico.
  • Pertanto, oggi i dazi rappresentano una soluzione unilaterale più immediata. Il Presidente Trump può varare queste misure senza dover negoziare con la Fed o il Congresso. Inoltre, mentre la svalutazione del dollaro non genera entrate dirette, i dazi portano nelle casse del Tesoro introiti significativi – stimati in circa 2.000 miliardi di dollari in dieci anni.
  • Tuttavia, simili politiche nel tempo lascerebbero l’economia degli Stati Uniti in una situazione peggiore rispetto a quella in cui si sarebbe trovata in loro assenza. Il Peterson Institute for International Economics ha prospettato uno scenario per cui al termine del mandato di Trump, nel 2028, il PIL reale statunitense calerebbe tra il 2,8% e il 9,7%: in termini monetari, ciò equivarrebbe a una perdita stimata tra 750 miliardi e 2.570 miliardi di dollari rispetto ai livelli del 2018.
  • Le politiche dell’esecutivo americano avrebbero, dunque, ingenti ripercussioni economiche: l’inflazione potrebbe raggiungere un picco compreso tra il 6% e il 9,3% già entro il 2026, mentre i prezzi al consumo aumenterebbero tra il 20% e il 28% entro il 2028.
  • Inoltre, colpendo le importazioni, i costi aggiuntivi si propagherebbero a cascata lungo l’intera catena di approvvigionamento, con un conseguente aumento dei prezzi che appesantirebbe i consumatori e i redditi delle famiglie americane, comprimendo il potere d’acquisto e aggravando le disuguaglianze economiche.
  • 14 luglio 2025
  • 1) da www.iIcaffegeopolitico.net