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Esteri

Le intimidazioni di Donald  Trump

di Antonello Catani

Da tempo immemorabile è tipico degli arroganti o degli stupidi dimenticare quando è tempo di fermarsi. Quando ciò non accade, regolarmente le conseguenze sono fatali. Ciò vale per gli individui ma anche per gli Imperi. In quest’ultimo caso, gli effetti sono ancora più devastanti e tali da disgregare strutture consolidate da decenni o da secoli. Gli esempi sono valanga e basta consultare qualche manuale di storia.

        Uno dei talloni di Achille degli Imperi è l’ostinata espansione territoriale, di solito accompagnata dalla spavalderia e dalla miopia e poi da una lenta disgregazione interna, sociale ed economica. Il grande storico inglese Edward Gibbons descrisse il suddetto fenomeno in termini impareggiabili che conviene riportare: “Il declino di Roma fu il naturale e inevitabile effetto di un’eccessiva grandezza. La prosperità fece maturare l’inizio della decadenza e le cause del disfacimento si moltiplicarono con l’estensione delle conquiste.” (Decline and fall of the Roman Empire, capi. 38.)

       Anche se gli esponenti dell’attuale élite americana al potere non sembrano preoccuparsene, i processi descritti da Gibbon calzano a pennello con la sempre più esasperata tendenza degli Stati Uniti all’egemonia planetaria. Essa mostra un analogo percorso, mentre una lunga serie di fattori rimanda a un inevitabile tracollo.

      Bisogna quindi non farsi ingannare dalla ridda scenografica degli eventi di questi giorni, e cioè, dai gesti clamorosi, dalle spacconate verbali, dalle catture di Presidenti o di petroliere sotto bandiera straniera in acque internazionali. Questo è “teatro” e non è qui che si gioca la “Storia”. Detto in altri termini, le azioni sopra menzionate sono classici esempi di qualcuno che “ci prova” (ovviamente, Donald Trump) e cerca di capire fin dove può spingersi. Caso mai, proprio il bullismo di tali imprese, il loro stupido sottovalutare le irresistibili conseguenze e l’esistenza di altri antagonisti regionali confermano una crescente mancanza di senso della realtà. Quando ciò avviene, significa che il processo di decadenza è già in atto e che l’arroganza corrisponde a un disperato tentativo di arrestarne il corso.

      Nessuna delle suddette azioni ha del resto una qualche logica o fondamento, a parte il trionfalismo delle dichiarazioni. La dichiarata “gestione americana” del Venezuela ricorda il detto che “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. L’affermazione che le società petrolifere americane sono pronte a investire nuovamente in Venezuela  e che nell’arco di 18 mesi saranno rimesse in efficienza le obsolete strutture petrolifere del Paese è stata smentita dagli esperti del settore, che parlano di 10/15 anni e di necessari investimenti per centinaia di miliardi di dollari, che le società non hanno invece nessuna voglia di sborsare.

         I fattori di tale decadenza non sono quindi solo l’insostenibile peso di una forsennata pretesa di egemonia planetaria tramite sistematici rovesciamenti di regimi e centinaia di basi militari sparse per il mondo ma anche la disinvoltura con cui vengono spacciate favole senza consistenza. La proiezione di grandezza inerente a tali scenografie continua a reggersi sull’illusione di una perenne capacità economica, che invece si sta esaurendo. Il mito dell’outsourcing e la conseguente dislocazione all’estero di attività produttive strategiche hanno arrecato agli Stati Uniti gli stessi danni rovinosi dell’incauta politica di de-industrializzazione perseguita dai dilettanti allo sbaraglio della UE.

       Il gigantesco debito pubblico, che sostiene le pretese di egemonia americana, è a sua volta sovvenzionato dall’emissione di buoni del tesoro i cui oneri finanziari sono sempre più devastanti (1 miliardo di dollari nel 2025). Lo strisciante ma inarrestabile processo di indebolimento del dollaro e di creazione di strumenti finanziari e vie commerciali alternativi (vedi il BRICS o il progetto  cinese della Belt and Road Initiative), il sempre più diffuso ricorso ad altre valute nelle transazioni petrolifere da parte di Paesi come l’Arabia saudita, prima ancorate obbligatoriamente al dollaro, sono tutti segnali di un processo lento ma inarrestabile e che ha come inevitabile risultato il  progressivo indebolimento dell’economia americana, base indispensabile delle sue velleità egemoniche.

       I gesti clamorosi del Presidente americano o le sue minacce di annessioni e di amministrazioni forzate non corrispondono insomma a una reale situazione di forza ma piuttosto alla vecchia tattica dell’intimidazione. Quella dell’annessione della Groenlandia, per esempio, sfrutta evidentemente la mancanza di nerbo e di coraggio dei leaders europei. In realtà, la definizione corretta per costoro è semplicemente la stupidità. Mentre Donald Trump annuncia che intende annettersi la Groenlandia “perché gli Stati Uniti ne hanno bisogno”, gli Europei farfugliano che “queste cose non si fanno”, ma non c’è stato nessuno di costoro che abbia iniziato a inviare truppe in Groenlandia come protezione e chiaro messaggio di dissuasione. L’unica cosa al di là di ogni logica e intelligenza che il Presidente francese e il Primo Ministro britannico sono riusciti a escogitare è invece il progetto di invio di truppe “in Ucraina” appena sarà raggiunta una tregua. Mancanza di coraggio da una parte e spettacolare velleità dall’altra. Il motivo principale che ha causato il conflitto in Ucraina è stato il progetto di ingresso di quest’ultima  nella NATO, e adesso costoro progettano di inviare contingenti NATO in Ucraina per mantenere la pace!!! C’è da ridere per tanta astuzia asinina.

      Paradossalmente, gli unici ad aver suggerito misure appropriate sul come trattare le intimidazioni di Donald Trump sono stati i rivoltosi pirateggianti dello Yemen, che hanno appunto ricordato che quando costui incontra delle resistenze reali, egli fa marcia indietro, come è infatti accaduto con le baldanzose azioni militari in Yemen poi risoltesi nel nulla.

     Fra l’altro, in una prospettiva quasi contabile e terra terra, chi può veramente pensare che la favola della “Dottrina Monroe” abbia ormai un senso e sia umilmente accettata dai Paesi sud-americani? I tempi di Pinochet sono finiti. Donald Trump può realmente credere di poter rapire tutti i leader del Sud America che non accettano la sottomissione? Oppure che Washington possa tenere a bada, in esclusività, un intero continente? Nel XIX e XX secolo, la “dottrina” rimase in piedi solo perché le nazioni europee erano affaccendate altrove e non vi erano nazioni come la Cina, che oggi intrattiene rapporti commerciali col Sud America senza pretendere sottomissioni. Allo stesso modo, anche le pretese di pattugliare i mari della Cina, con le pericolose lusinghe nei confronti di Taiwan, sono sempre più velleitarie.

     Vi sono probabilmente altri fattori che spiegano il persistere di una “volontà di potenza “che non riesce ad accettare un mondo multipolare e un’equilibrata condivisione delle risorse. Uno di essi è che gli Stati Uniti, contrariamente a una moltitudine di Stati, sia europei che del Medio Oriente e asiatici, non sanno cosa significhi banalmente “una guerra in casa.” Quella “civile” l’hanno dimenticata, ma essa era fatta ancora con i cannoni e con i fucili. Da allora, il cittadino medio americano sarà magari andato a combattere in Europa o in Vietnam, ma non ha mai esperimentato il rumore delle sirene e dei bombardamenti sopra il tetto, come invece è accaduto per i cittadini di altri Paesi nel corso degli ultimi 100 anni. Questa è una debolezza, uno svantaggio poco sottostimabile.

      Non va inoltre dimenticato un altro fattore banale: oggi sono in molti ad avere armi a lunga gittata o atomiche. Quando nel 1945 Nagasaki e Hiroshima furono bombardate, gli Stati Uniti erano gli unici a detenere armi simili. Molti a Washington, inclusi i vari cortigiani che circondano Donald Trump, oppure a Londra, che continua a vivere nel patetico mito di inesistenti capacità militari, sottovalutano i rischi di ritorsioni missilistiche da parte di terzi. Dimenticano l’esplosivo potenziale militare e demografico della Russia e della Cina, senza dimenticare l’India o la Corea del Nord. Anche qui: davvero Washington crede di poter intimidire tutti questi Paesi senza che nessuno opponga resistenze capaci di infliggere pesanti danni agli Stati Uniti?  Se qualcuno lo crede, evidentemente vive in un mondo infantile.

      In realtà, il vero problema è che man mano che la situazione internazionale si fa sempre più tesa, che personaggi come Donald Trump “ci provano” (come faceva Hitler) e miriadi di faccendieri gettano olio sul fuoco, le possibilità di errori, di corti circuiti e di colpi di testa irreparabili aumentano, col rischio di un mai esperimentato e devastante conflitto mondiale.

     Solo gli struzzi possono pensare che un simile rischio non esiste.

8 gennaio 2026