Marco Imarisio ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui scrive dell’attuale guerra russo-ucraina e delle sanzioni economiche che a cascata ricadono su tutto il vicinato e che stanno generando sempre più malumore negli ex Paesi dell’Unione Sovietica.
L’analisi di Imarisio parte da un presupposto centrale: Vladimir Putin inizia a percepire i segnali di una possibile frammentazione (razdroblennost) della sfera d’influenza russa, un timore atavico che sta influenzando le sue ultime mosse diplomatiche.
Scrive Imarisio: ”Esiste una parola in russo che rappresenta l’incubo di ogni governante di quel Paese. «Razdroblennost», ovvero frammentazione. Il terrore di perdere pezzi, di vedere ridotta la propria sfera di influenza, è qualcosa che fa parte del patrimonio genetico della Russia di ieri e di oggi, è il timore inconfessabile alla base di scelte scellerate come l’invasione dell’Ucraina”.
E continua: ”È anche il motivo per il quale Putin parla di fine della guerra, o almeno si mostra disponibile a farla finire. Perché sta cominciando ad avere paura. Non di un golpe, non di una protesta, neppure della crisi economica. Ma dell’instabilità intorno a lui e al suo Paese. Teme che ai propri confini possa saltare tutto per aria. E per questo, si mostra disponibile a una nuova trattativa per l’europa. Come un giocatore di poker che dopo aver giocato a lungo una partita con gli Stati Uniti, trascinandola per quasi quindici lunghi mesi, adesso cambia tavolo, o forse addirittura raddoppia”.
I punti chiave dell’articolo sono:
- Il “caso Armenia” e la minaccia velata: il pretesto per le recenti dichiarazioni di Putin è il vertice della Comunità politica europea ospitato da Erevan, con Zelensky come ospite d’onore. Putin ha reagito duramente, avvertendo l’Armenia che sta imboccando la “direzione ucraina” e ricordando che l’attuale conflitto con Kiev è iniziato proprio con il tentativo di quest’ultima di entrare nell’UE.
- L’instabilità degli alleati: l’Armenia si sente tradita da Mosca, che non l’ha difesa durante l’attacco dell’Azerbaigian nel 2023. Ma il malumore si estende anche a Kazakistan e Uzbekistan, stanchi delle sanzioni e delle conseguenze economiche della guerra. L’isolamento e la distrazione russa sull’Ucraina stanno spingendo gli ex Paesi sovietici a guardare altrove.
- L’apertura (tattica) all’Ovest: per la prima volta, Putin mostra segni di disponibilità a una trattativa con l’Europa. Non è un segnale di pace dettato da motivi etici o economici, ma dalla paura dell’instabilità ai propri confini. Cambiando interlocutore (dagli USA all’Europa), Putin cerca di disinnescare la tensione che minaccia di far “saltare per aria” il vicinato russo.
- Nessun passo indietro sugli obiettivi: nonostante il cambio di tono (ha chiamato Zelensky per nome invece di usare epiteti offensivi), la sostanza non cambia. Il Cremlino ribadisce che gli obiettivi rimangono invariati: il controllo del Donbass o la guerra a oltranza.
In conclusione, secondo Imarisio, l’apertura di Putin all’Europa potrebbe essere solo una mossa per prendere tempo o un tentativo di “vedere le carte” dell’UE, senza però alcuna reale intenzione di rinunciare ai territori occupati. La vera spinta dietro questo movimento non è la forza, ma la frustrazione di un leader che vede i suoi storici alleati allontanarsi.
11 maggio 2026





