Donald resta a mani vuote. Va da Xi senza un accordo (ma con molte richieste). E cambia i toni sull’uranio
Massimo Gaggi ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui scrive dell’imminente viaggio del presidente degli Stati Uniti in Cina.
Il contesto della missione in Cina. Donald Trump si appresta, quindi, a incontrare Xi Jinping a Pechino senza aver ottenuto l’accordo definitivo per la fine della guerra con l’Iran e lo sblocco dello stretto di Hormuz. Nonostante il rinvio della missione (inizialmente prevista per marzo) proprio nell’attesa di una soluzione diplomatica, la controproposta di Teheran è stata giudicata non risolutiva. Tuttavia, la tregua sembra reggere.
Scrive Gaggi: ”Se il presidente iraniano Masoud Pezeshkian mette le mani avanti («l’iran non si piegherà mai al nemico»), Trump replica ignorando il merito delle proposte del regime degli ayatollah. Preferisce accusare l’iran di aver preso in giro per anni l’america approfittando dell’incapacità dei presidenti democratici (in realtà insulta pesantemente Obama e Biden) e poi minaccia: «Per 47 anni avete deriso il nostro Paese, avere ucciso la nostra gente, avete massacrato 42 mila vostri manifestanti, innocenti e disarmati. Non riderete più».Minacce più vaghe di quelle di riportare l’iran all’età della pietra pronunciate solo qualche giorno fa. E se Teheran, fiaccata dal blocco navale americano che non gli consente più di esportare petrolio, vitale per l’economia, ora cerca soprattutto di tenere a bada l’ala più radicale («se parliamo di avviare colloqui» dice il presidente, «non significa che ci arrendiamo e ci ritiriamo, difendiamo gli interessi della nazione»), anche Trump, sempre più ansioso di porre fine a una guerra impopolare, potrebbe preparare un parziale passo indietro”.
Il cambio di toni e la strategia di Trump. Nonostante la retorica aggressiva verso il regime degli ayatollah — accusati di aver approfittato della debolezza delle precedenti amministrazioni democratiche — Trump sembra voler ammorbidire la sua posizione per chiudere un conflitto impopolare. I segnali principali di questo cambiamento sono:
- La questione dell’uranio: Trump ha minimizzato l’urgenza del recupero dell’uranio arricchito, affermando che è “sepolto sotto le macerie” e costantemente monitorato dalla Space Force.
- Disimpegno regionale: il Presidente ha già rimosso dal tavolo delle trattative il tema dei missili balistici a lunga gittata, definendola una questione che deve essere risolta dalle potenze locali.
Le divergenze con Israele. Questa linea di condotta meno intransigente scontra con la posizione di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, in un recente colloquio telefonico con Trump, ha ribadito che la guerra non è finita e che il recupero dell’uranio resta una priorità assoluta. Tuttavia, Trump sembra deciso a evitare un conflitto aperto di lunga durata.
Le richieste a Xi Jinping. Senza un accordo formale in tasca, Trump punta ora a fare pressione sulla Cina affinché interrompa il sostegno tecnologico e militare a Teheran. La strategia prevede un mix di:
Minacce. Sanzioni più dure per chi viola gli embarghi.
Lusinghe. Possibili contropartite economiche e tecnologiche, supportate da una folta delegazione di imprenditori americani al seguito del Presidente.
11 maggio 2026





