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Economia

Il petrolio e le scelte maldestre

Danilo Taino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale scrive dell’impennata del prezzo del petrolio, innescata soprattutto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz nel contesto dello scontro tra Teheran e Donald Trump, ha riportato l’energia al centro delle preoccupazioni globali, in un clima di forte incertezza su durata della crisi, inflazione e prospettive economiche. Il mercato oscilla tra scenari estremi e, nonostante le previsioni dei futures indichino un possibile calo dei prezzi nei prossimi mesi, nessuno è in grado di fare previsioni affidabili.

Gli effetti della crisi sono molto diseguali. L’Asia è l’area più colpita, perché assorbiva circa l’80% del greggio che transitava da Hormuz. L’Europa è meno esposta sul piano delle quantità, ma vulnerabile sul fronte dei prezzi; l’Italia, in particolare, risente in modo significativo della dipendenza energetica complessiva, soprattutto considerando anche il gas. Gli Stati Uniti, pur essendo autosufficienti grazie al fracking, subiscono comunque l’impatto politico dell’aumento dei carburanti, che pesa sul consenso interno.

Secondo Taino, proprio l’idea che Washington voglia mantenere a lungo il blocco di Hormuz ha spinto verso l’alto le quotazioni, anche se tra investitori e trader regna la confusione. In Europa, invece, prevale lo smarrimento politico: i governi non sanno quanto durerà la crisi né quali strumenti usare, e rischiano di consumare rapidamente le poche risorse disponibili.

Sostiene Taino: ”In alcuni Paesi della regione, le raffinerie hanno diminuito l’attività, in altri i governi hanno ridotto la settimana lavorativa. Tutti cercano fornitori alternativi, a prezzi alti. L’europa importava il 4-5% del petrolio che usciva dal Golfo Persico, tra i 500 e i 600 mila barili al giorno oltre a 420 mila barili di prodotti raffinati come gasolio e carburante per aerei. Per l’italia, il greggio ora immobile in quella parte di Medio Oriente rappresentava il 6% del totale delle importazioni ma se si tiene conto del gas che arrivava dal Qatar si supera il 20% delle importazioni energetiche. L’aumento di forniture di petrolio da Libia, Azerbaijan e Stati Uniti e la decisione di rilasciare dieci milioni di barili dalle riserve strategiche (7-8 giorni di consumo) può attenuare la scarsità nella Penisola ma la questione del prezzo rimane”.

La critica centrale dell’editoriale riguarda la prima risposta europea, giudicata sbagliata: i sussidi generalizzati al prezzo della benzina. Questa scelta, dettata dal timore di irritare i consumatori, è considerata controproducente perché distribuisce aiuti anche a chi non ne ha bisogno e incentiva il consumo proprio in una fase di scarsità dell’offerta, finendo per spingere ulteriormente i prezzi verso l’alto. Gli economisti, osserva Taino, suggeriscono invece interventi mirati a sostegno delle fasce più fragili.

In chiusura, l’autore intravede però un possibile sviluppo positivo: la nuova configurazione del Medio Oriente e la rinnovata egemonia energetica americana stanno indebolendo il potere dell’OPEC, come dimostra l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dal cartello. Dopo decenni in cui petrolio e geopolitica hanno marciato insieme, spesso a sfavore dell’Occidente, la fine della guerra in Iran potrebbe aprire una fase in cui il prezzo del greggio sarà meno esposto a ricatti politici e monopoli. Forse, conclude Taino, il petrolio potrebbe finalmente “non avere più odore”.

1 maggio 2026