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Economia

Il costo della guerra per le imprese: 25 miliardi di dollari

Massimiliano Jattoni Dall’Asén ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui analizza le probabili conseguenze economiche del conflitto in Medio Oriente per il settore privato.

Sostiene Jattoni dall’Asén: ”Il conflitto sta rapidamente trasformandosi in una pressione sistemica sui bilanci delle imprese. Non solo petrolio più caro, ma trasporti più costosi, materie prime difficili da reperire, rotte commerciali rallentate e consumatori più prudenti. Sempre secondo l’agenzia, almeno 279 società hanno già collegato la guerra a misure straordinarie: aumenti di prezzo, riduzione della produzione, sospensione di buyback e dividendi, cassa integrazione, sovrapprezzi sui carburanti e richieste di sostegno pubblico. Un riflesso difensivo che ricorda quanto la geopolitica sia tornata a pesare sui conti economici dopo anni di globalizzazione relativamente stabile”.

E prosegue: ”Al centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del greggio mondiale. Le tensioni nell’area hanno già spinto il petrolio oltre i 100 dollari al barile, con un aumento superiore al 50% rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Da lì si propaga il resto: carburanti, assicurazioni navali, fertilizzanti, chimica industriale, alluminio e componenti produttivi.Le compagnie aeree rappresentano il caso più immediato. Reuters stima che quasi 15 miliardi dei costi complessivi ricadano proprio sul settore del trasporto aereo, travolto dal raddoppio del carburante per jet. Ma ormai l’effetto domino coinvolge praticamente tutta l’economia industriale

L’analisi evidenzia come la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran stia già presentando un conto salatissimo alle grandi aziende mondiali, stimato finora in 25 miliardi di dollari. Non si tratta più solo di un’emergenza umanitaria o politica, ma di uno shock economico sistemico che sta frenando la crescita globale.

Ecco i punti chiave emersi dall’articolo:

  • I fattori del rincaro: il costo è alimentato dall’impennata del prezzo del petrolio (sopra i 100 dollari al barile), dal rincaro dei trasporti e delle assicurazioni navali, e dalla difficoltà nel reperire materie prime. Lo snodo critico rimane lo Stretto di Hormuz, essenziale per il transito del greggio.
  • Settori e aziende colpite: il trasporto aereo è il settore più colpito, con perdite stimate in 15 miliardi di dollari a causa del prezzo del carburante.
    • Grandi colossi hanno già lanciato l’allarme: Toyota stima un impatto di 4 miliardi, Procter & Gamble di un miliardo, mentre Whirlpool ha tagliato le stime e sospeso i dividendi, paragonando la situazione alla crisi finanziaria globale del 2008.
  • Reazioni delle imprese: almeno 279 società quotate hanno adottato misure di emergenza come aumenti dei prezzi, riduzione della produzione, cassa integrazione e tagli agli investimenti. I consumatori, di riflesso, stanno diventando più prudenti (ad esempio preferendo riparare gli elettrodomestici anziché comprarne di nuovi).
  • L’esposizione dell’Europa: il sistema industriale europeo è considerato particolarmente fragile, poiché questo nuovo shock si somma alla crisi energetica già innescata dal conflitto in Ucraina.
  • Implicazioni politiche: questa “tassa geopolitica” rappresenta una sfida per l’amministrazione Trump, poiché l’instabilità internazionale si sta traducendo in una nuova spinta inflazionistica difficile da controllare.

In conclusione, i 25 miliardi rappresentano solo l’inizio di una fase in cui il “prezzo dell’insicurezza geopolitica” è tornato a essere una variabile determinante e pesante per i bilanci delle multinazionali, segnando la fine dell’era della globalizzazione stabile.

23 maggio 2026