Contratti scaduti e rinnovi più bassi dell’inflazione, misure fiscali distorsive che discriminano e non risolvono, le colpe di sindacati e aziende con regole ferme al 1993. Milena Gabanelli e Simona Ravizza, analizzano la crisi del potere d’acquisto in Italia e le criticità del sistema retributivo e fiscale.
Scrivono Gabanelli e Ravizza: ”Nel settore privato a febbraio i contratti scaduti riguardano il 12,7% dei dipendenti, ma solo il mese prima la quota era del 35,3%. Anche qui vale la pena guardare ad alcuni comparti che, in totale, rappresentano 4,5 milioni di lavoratori. Nel terziario il contratto scaduto nel 2019 è stato rinnovato soltanto nel 2024, con un ritardo di 5 anni! Per i metalmeccanici il rinnovo del contratto scaduto nel 2024 è arrivato nel 2025, dopo 17 mesi di trattativa e 40 ore di sciopero. Nel complesso oggi tra scadenza e firma passano in media 14 mesi nel pubblico e 13,7 mesi nel privato. Il problema è talmente grave che il governo Meloni sta pensando di introdurre per legge, con il decreto Primo maggio, piccoli aumenti automatici per i contratti scaduti: il 30% dell’inflazione programmata dopo 6 mesi e il 60% dopo 12”.
E aggiungono: ”La partita dei salari la devono giocare i sindacati, che dovrebbero ritrovare forza e ruolo. Oggi sono tanti, disuniti e deboli. Spesso arrivano ai tavoli in posizione difensiva, dopo quasi 40 anni passati a trattare più per salvare posti di lavoro che per migliorare i salari, perché le regole della contrattazione sono ancora quelle fissate a luglio del 1993. Nel frattempo però l’economia è cambiata e le imprese competono solo sul costo del lavoro: o tengono i salari bassi o minacciano di chiudere”.
1. Salari fermi e inflazione galoppante
L’articolo evidenzia come, dopo un periodo di stabilità (2015-2021), l’impennata dell’inflazione nel 2022 (8,5%) e 2023 (6,4%) abbia demolito il potere d’acquisto. In Italia, tra il 1991 e il 2024, i salari reali sono scesi del 2,4%, a differenza di Francia, Germania e Regno Unito che hanno registrato crescite tra il 32% e il 48%.
2. Il problema dei rinnovi contrattuali
Il fattore tempo è decisivo: i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi (CCNL) impediscono ai salari di adeguarsi tempestivamente ai prezzi.
- Settore Pubblico: I contratti vengono firmati con 10-12 mesi di ritardo rispetto alla scadenza (es. Sanità e Istruzione). A febbraio 2026, tutti i contratti pubblici risultano scaduti.
- Settore Privato: Si registrano ritardi medi di quasi 14 mesi, con casi limite come il Terziario (5 anni di attesa).
- Conseguenza: Rispetto al 2019, la perdita reale in busta paga oscilla tra i 1.700 e i 3.400 euro annui per categorie come insegnanti, infermieri e commessi.
3. Gli interventi del Governo: Bonus vs Riforme
Il governo Meloni ha cercato di compensare le perdite tramite la leva fiscale (taglio Irpef e bonus), ma con risultati parziali e distorsivi:
- Efficacia limitata: Nonostante gli aiuti, quasi tutte le categorie (tranne i metalmeccanici) continuano ad avere un netto reale inferiore rispetto al passato.
- Distorsioni fiscali: L’uso massiccio di bonus e detrazioni rompe il principio di equità (stesso reddito, tasse diverse) e crea il paradosso per cui un aumento lordo viene quasi annullato dalla perdita dei benefici fiscali.
- Misure temporanee: Per il 2026 è prevista una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti contrattuali, ma è una misura che scadrà nel 2027 e discrimina tra pubblico e privato.
4. Le colpe di Sindacati e Imprese
L’articolo punta il dito contro un sistema di contrattazione fermo alle regole del 1993:
- Sindacati deboli: Sono frammentati e spesso “asserviti” alla politica o troppo concentrati a salvare posti di lavoro piuttosto che a pretendere salari migliori.
- Imprese poco competitive: Molte aziende (specialmente nella subfornitura) competono solo comprimendo il costo del lavoro, non riuscendo a sostenere aumenti salariali dignitosi.
- Politica: Viene criticata la tendenza a privilegiare categorie specifiche (es. balneari) rispetto a pilastri del Paese come insegnanti e personale sanitario.
Conclusione
La soluzione, secondo l’analisi (supportata da Banca d’Italia e UPB), non può essere solo fiscale. È necessario che i salari crescano attraverso la contrattazione collettiva e che il sistema fiscale (Irpef) torni a essere uguale per tutti, separando la tassazione dagli strumenti di sostegno al reddito per le famiglie bisognose.
27 aprile 2026





