Massimo Gaggi ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera in cui analizza il clima di profonda sfiducia e la crisi della verità che sta attraversando la società americana a seguito di un recente attentato (o presunto tale) ai danni di Donald Trump presso l’hotel Hilton di Washington.
Scrive Gaggi: ”Bisogna riflettere su quanto sia divenuto: difficile dare credito ai fatti reali, verificati, sotto la pressione di reti sociali invase da anni da teorie cospirative diffuse soprattutto dalla destra radicale: teorie spesso riprese e amplificate dallo stesso Trump. Temiamo da tempo di perdere la bussola della verità, la capacità (e anche la volontà) di capire cosa è accaduto realmente, persi nel labirinto dei complotti narrati in modo seducente, di immagini e filmati fake costruiti con l’intelligenza artificiale e anche di teorie sui «fatti alternativi» a suo tempo formulate proprio dalla Casa Bianca trumpiana. Ma qui si dubita anche di fatti che sono avvenuti sotto gli occhi di centinaia di giornalisti, durante le dirette televisive delle reti americane”.
E aggiunge: ”L’attentato di Butler, nel luglio del 2024, dette una spinta formidabile alla campagna elettorale del candidato repubblicano: quella di lui sanguinante col pugno alzato che gridava la sua volontà di combattere mentre le guardie del corpo lo trascinavano via, è diventata l’immagine simbolo della sua corsa verso la riconquista della Casa Bianca”.
1. L’erosione della realtà e il “sospetto permanente”
Il tema centrale dell’articolo è la parola “staged” (messa in scena). Gaggi osserva come, immediatamente dopo la sparatoria, sui social media (in particolare su X di Elon Musk) sia esplosa la teoria del complotto: l’attentato sarebbe stato orchestrato dallo stesso staff di Trump per distrarre l’opinione pubblica dai suoi fallimenti politici (guerra in Iran, scandalo Epstein) e risalire nei sondaggi. Questa tendenza a dubitare anche di fatti avvenuti in diretta televisiva dimostra come gli Stati Uniti abbiano smarrito il contatto con la realtà oggettiva.
2. La Responsabilità dei media e della politica
L’autore evidenzia un paradosso:
- I grandi giornali: abituati da anni a smascherare le bugie di Trump, ora faticano a riportare i fatti con assoluta certezza, alimentando involontariamente il dubbio attraverso la ricerca di “indizi” o coincidenze.
- La destra radicale: è stata proprio la galassia trumpiana, con la diffusione sistematica di teorie cospirative e il concetto di “fatti alternativi”, a creare il labirinto di diffidenza in cui il Paese è ora intrappolato. Trump appare dunque come la vittima di un meccanismo di annebbiamento della realtà che lui stesso ha alimentato per anni.
3. Il contesto politico e il “fantasma di Carter”
Prima dell’evento all’Hilton, Trump stava vivendo un momento di grave crisi:
- La sua popolarità era scesa vicino al 30%, un livello critico che ricorda il declino di Jimmy Carter alla fine degli anni ’70 (segnato dalla crisi degli ostaggi in Iran).
- Le difficoltà nella gestione del conflitto con l’Iran e il malessere economico stavano erodendo il suo consenso. L’attentato, dunque, arriva come un “ossigeno politico” che potrebbe rilanciare la sua immagine, proprio come accadde dopo l’attentato di Butler nel luglio 2024.
4. La metamorfosi di Trump
Gaggi descrive un Trump insolitamente “presidenziale” nella conferenza stampa notturna seguita all’attacco:
- Niente toni da martire o attacchi violenti alla sinistra.
- Linguaggio pacato, smoking d’ordinanza e persino complimenti verso quei giornalisti che ha sempre definito “nemici del popolo”.
- Auto-ironia sulla necessità di edulcorare i suoi futuri discorsi per adattarsi al nuovo clima.
Conclusione
Nonostante questo momentaneo cambio di registro e il possibile recupero di popolarità, Gaggi conclude con scetticismo: la disciplina di Trump è solitamente di breve durata. Il suo istinto a improvvisare e a polarizzare tende sempre a riemergere, una strategia che può funzionare nei comizi ma che risulta pericolosa e imprevedibile nella gestione di crisi internazionali come quella con i pasdaran iraniani.
27 aprile 2026





