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Economia

Cara Meloni, non basta la crescita dell’occupazione, il Paese è in grande difficoltà

Il governo a guida Meloni in economia resta assai fragile. Il debito pubblico continua la sua inarrestabile crescita e prima o poi i soldi ai finanziatori (che siano i risparmiatori italiani ovvero siano gli investitori esteri) occorrerà restituirli. La produzione industriale italiani si trova in grande difficoltà, i costi dell’energia non diminuiscono e ci avviciniamo a grandi passi a delle tornate elettorali di difficile lettura. Il governo appare assai distratto e incapace di leggere i bisogni dei cittadini che, sì, sono anche la sicurezza, la stabilità dell’esecutivo, lo spread che in questi ultimi anni è notevolmente calato, ma non si considera che se due Stati a noi vicini (la Francia e la Germania) usciranno, prima o poi, dalle grandi difficoltà in cui si trovano e per l’Italia si prospetta un futuro non propriamente positivo. Infatti, i fondamentali di Francia e Germania (ci mettiamo anche la Spagna, che, comunque ha un’economia solida, con numeri molto positivi) sono decisamente migliori dei nostri e se superano gli attuali problemi, ebbene, i pochi dati incoraggianti per l’Italia (spread basso, sotto controllo e i conti in ordine) non renderanno, dal punto di visto della sua economia, il Bel Paese migliore sul panorama europeo. Tutt’altro. Non sarebbe opportuno che si mettesse mano alle grandi riforme che sole possono consentire all’Italia di competere con Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna? Giorgia Meloni e il suo gabinetto se ne rendono conto oppure no? L’Italia paga interessi sul debito per un centinaio di miliardi di euro l’anno, l’evasione fiscale conclamata veleggia sui 100 miliardi l’anno e di spending review non si parla più da anni. Che se ne può dedurre?

Questo quadro tracciato appare veritiero. C’è ben poco da gioirne, mentre da Palazzo Chigi danno l’impressione di non esserne assolutamente preoccupati. Volgono lo sguardo da un’altra parte, indifferenti di fronte alla dura realtà che appare davanti agli occhi di Meloni e di Giorgetti. L’Italia è tecnicamente in stagnazione.

L’economia italiana all’inizio del 2026 conferma un andamento debole e caratterizzato da una crescita lenta, stimata intorno allo 0,6% del PIL, sostenuta prevalentemente dagli investimenti legati al PNRR. Persistono debolezza nell’export, volatilità industriale e consumi prudenti, in un contesto internazionale incerto. 

Ecco i punti chiave della situazione economica italiana a inizio 2026:

  • Crescita moderata e rischi: la crescita economica rimane lenta, con proiezioni per il 2026 che indicano una sostanziale continuità con la frenata del 2025.
  • Settori sotto pressione: l’industria manifatturiera mostra volatilità e l’export è debole, penalizzato dal contesto internazionale.
  • Motore PNRR: gli investimenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono il principale sostegno, operando nell’ultimo anno di attuazione.
  • Mercato del lavoro e inflazione: il mercato del lavoro mostra una certa resilienza, con una disoccupazione al 5,8% a fine 2025, ma permangono debolezze strutturali e l’inflazione è in fase di stabilizzazione. 

In sintesi, l’Italia vive una fase di “equilibrio fragile”, dove la crescita è limitata e il sistema è vulnerabile a shock esterni, nonostante la tenuta dei fondamentali macroeconomici. 

1. Debito pubblico in crescita 

l debito ha superato i 3.120 miliardi di euro, e gli interessi da pagare annualmente sono intorno ai 100 miliardi. Se non si cresce, il debito diventa insostenibile nel medio periodo. E la crescita in Italia è debole.

2. Produzione industriale in difficoltà 

La produzione industriale è calata in più settori, complici l’aumento dei costi dell’energia, l’export in flessione e una domanda interna stagnante. La Germania è in recessione tecnica, ma i suoi fondamentali sono solidi: l’Italia rischia di restare indietro quando Berlino e Parigi ripartiranno.

3. Evasione fiscale e assenza di riforme 

Con un’evasione stimata oltre i 90-100 miliardi annui, e una spending review mai attuata in modo serio (se ne parlava con Monti e Renzi), l’Italia ha margini per recuperare risorse interne, senza continuare a ricorrere a nuovo debito.

4. Riforme strutturali assenti 

Le riforme della PA, della giustizia civile, del fisco e del mercato del lavoro sono urgenti. Il PNRR sarebbe potuto essere una grande occasione, ma è stata clamorosamente sprecata. Sono mancati in questo governo di destra-centroattuazione e visione del futuro.

5. Distrazione politica

L’attenzione del governo su temi identitari e di bandiera (sicurezza, immigrazione, scontri ideologici) sembra prevalere rispetto all’agenda economica strutturale. E questo rischia di compromettere la credibilità internazionale dell’Italia.

In sintesi: 

Queste considerazioni appaiono fondate e l’attuale maggioranza considera altre le priorità su cui puntare. Dell’economia non si danna certo l’anima. Se non avesse avuto il ”regalo” dei fondi del Pnrr, il Belpaese sarebbe in piena recessione, in una condizione ben peggiore della Germania. Senza riforme vere, senza una lotta seria all’evasione, senza una revisione della spesa, l’Italia rischia di rimanere la “pecora nera” tra le grandi economie europee, pur in un contesto dove Germania, Francia e Spagna stanno affrontando le loro crisi con più strumenti e, sopratutto, più visione.

4 febbraio 2026