Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui parla di una democrazia senza voce. E il declino della parola si riflette nell’incapacità di prendere decisioni efficaci e coraggiose.
Scrive Galli della Loggia: ”Perché nella democrazia è così importante la parola? Perché il discorso è il momento per eccellenza nel quale chi rappresenta il popolo si sottopone in modo diretto al giudizio di questo, comunica oltre le proprie idee qualcosa di più importante: la propria personalità, il proprio modo d’essere; manifesta la propria autenticità, e dunque la reale sincerità delle proprie posizioni, ovvero ne tradisce il carattere spurio. Anche la postura, il gesto, il tono della voce di chi parla dicono moltissimo, e anche da questo chi assiste a un discorso si accorge subito se chi ha di fronte sa di che cosa sta parlando, se ci crede davvero”.
E continua: ”In Italia di tutto ciò non si vede neppure l’ombra: e se ne dà la colpa al fatto che ormai la comunicazione politica avviene quasi esclusivamente in televisione. C’è televisione e televisione però, e il punto sta nel come le trasmissioni vengono condotte. Ad esempio, obbligare gli esponenti politici a interventi al massimo di duetre minuti produce per ciò stesso quello che vediamo ogni sera: una serie di filastrocche sincopate fatte di stereotipi, brevi discorsi gergali, quasi sempre aggressivamente assertivi. Tanto più che il conduttore o conduttrice italiano tipo adotta in genere uno di questi due comportamenti che non fanno che peggiorare le cose: o lascia parlare a macchinetta l’oratore, consegnandolo al suo destino di compiaciuto quanto superfluo manichino ventriloquo, ovvero lo interrompe assalendolo brutalmente, di fatto quasi sempre impedendogli di continuare. Rarissimo infatti nelle nostre tv è il caso in cui chi conduce la trasmissione chieda invece al suo ospite, ad esempio, che cosa farebbe lui al posto dei suoi avversari, o con quali risorse finanzierebbe le innumerevoli cose da fare che egli ha appena enumerato, ovvero che obietti ma con qualche dato alle presunte mirabilie compiute dal governo appena elencate dal sostenitore di questo presente in studio”.
la democrazia italiana abbia smarrito uno dei suoi strumenti fondamentali: la parola politica, intesa non come comunicazione superficiale ma come discorso pubblico autentico, capace di convincere, assumersi responsabilità e guidare decisioni.
L’editoriale prende avvio dall’esempio di Winston Churchill, la cui forza oratoria fu decisiva quanto le armi: nelle democrazie, infatti, la parola detta – non letta, non prefabbricata – è il momento in cui il rappresentante si espone direttamente al giudizio dei cittadini, mostrando credibilità, competenza e sincerità. Gesti, tono, postura fanno parte di questo giudizio.
In Italia, però, tutto ciò è scomparso. La colpa non è solo della televisione, ma del modo in cui la televisione politica è costruita: tempi brevissimi, slogan aggressivi, interruzioni continue o, al contrario, monologhi vuoti. Ne deriva una comunicazione fatta di filastrocche stereotipate, priva di confronto reale e di domande sostanziali (come coprire le spese, quali alternative esistono, quali dati smentiscono le affermazioni).
Il cattivo esempio, però, viene soprattutto dal Parlamento, popolato in gran parte da eletti cooptati dalle segreterie, con scarsa padronanza linguistica e culturale, che non parlano ma leggono testi scritti male e in fretta. Un Parlamento che, paradossalmente, non è più luogo di parola, ma di recitazione burocratica.
Questa povertà del linguaggio è per l’autore il sintomo di una crisi più profonda: l’incapacità della politica italiana di prendere decisioni forti e coraggiose, già segnalata da Angelo Panebianco. Una politica che non sa parlare è una politica che non sa pensare, e quindi non sa decidere.
Interviste, libri “costruiti”, risse televisive non sostituiscono il discorso politico vero. Senza parole adeguate alla grandezza dei problemi, non ci sono né idee né azioni. Da qui il sospetto diffuso tra i cittadini: che la classe politica, in fondo, non abbia più nulla da dire – e dunque nulla da fare.
24 aprile 2026





