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Un problema negli Usa la salute del presidente?

Negli Stati Uniti parla e nemmeno tanto sotto voce, sulle possibili precarie condizioni di salute del presidente Trump. Effettivamente uno statista all’altezza della intricatissima situazione internazionale Donald non sembra esserlo. È possibile che nel suo partito non si discuta de questo stato di cose? In qualsiasi altro Paese del mondo ci si sarebbe posto il problema.

Questo è un punto che, proprio in queste settimane di aprile 2026, è al centro di un acceso dibattito negli Stati Uniti. La questione non è solo “chiacchiericcio”, ma sta assumendo i connotati di uno scontro istituzionale.

Ecco un quadro della situazione attuale per aiutare a distinguere tra fatti, speculazioni e dinamiche politiche:

1. Le “voci” e la realtà dei fatti

È vero che circolano voci insistenti. Solo pochi giorni fa (intorno al 4-5 aprile 2026), i social media sono stati inondati da speculazioni su un presunto ricovero d’urgenza di Trump al Walter Reed.

  • La smentita: la Casa Bianca ha smentito categoricamente, spiegando che il Presidente era semplicemente impegnato in sessioni di lavoro intense nello Studio Ovale. Foto recenti lo hanno mostrato al suo golf club in Virginia in apparente stato di salute.
  • I segnali di logoramento: tuttavia, testate come il Wall Street Journal hanno evidenziato segni di invecchiamento più marcati: episodi di stanchezza durante gli incontri e l’abitudine di inviare messaggi ai collaboratori in piena notte (spesso alle 2:00 del mattino), segno di un ritmo circadiano alterato.

2. Il dibattito nel partito repubblicano

Contrariamente a quanto si possa pensare, il problema viene posto, ma con estrema cautela politica.

  • Le crepe interne: sebbene il 73-75% dei repubblicani lo sostenga ancora con forza, figure come l’ex deputata Marjorie Taylor Greene (un tempo sua fedelissima) hanno usato parole durissime, arrivando a parlare apertamente di “declino cognitivo”.
  • L’ala moderata: c’è una parte del partito che teme l’imprevedibilità del Presidente in un contesto internazionale dominato dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Tuttavia, l’apparato del partito è ancora molto legato alla sua base elettorale, il che rende difficile un “parricidio politico” senza rischiare il suicidio elettorale.

3. La “tenuta” internazionale

L’osservazione sulla complessità internazionale è condivisa da molti analisti. La politica del “disrupter” (il perturbatore) adottata da Trump nel 2025-2026 ha portato a:

  • Tagli drastici agli aiuti umanitari globali.
  • Un approccio transazionale alle alleanze (come la NATO o i rapporti in Asia). Molti politologi lo definiscono un “Presidente disgiuntivo”: un leader che cerca di tenere insieme una vecchia coalizione mentre il mondo attorno richiede soluzioni che lui fatica a gestire in modo convenzionale.

4. Il confronto con gli altri Paesi

In molti sistemi parlamentari, un calo evidente delle capacità di un leader porterebbe a un voto di sfiducia o a un cambio al vertice rapido. Negli USA, il sistema è diverso:

  • Esiste il 25° emendamento, che permette di rimuovere un Presidente incapace di intendere e volere, ma richiede il consenso del vicepresidente e della maggioranza del Gabinetto. È una procedura “nucleare” che nessuno ha mai osato attivare davvero per motivi di salute mentale o fisica non conclamata.

In sintesi, la preoccupazione c’è ed è palpabile sia nei sondaggi (dove la fiducia nella sua idoneità fisica è scesa al 30% circa a livello nazionale) sia nei corridoi di Washington. Il problema non è che non se ne discuta, ma che il sistema politico americano attuale è così polarizzato da rendere quasi impossibile una transizione indolore.

24 aprile 2026

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