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La grande scommessa

Federico Rampini ha pubblicato, sul Corriere della Sera, un editoriale in cui scrive della situazione esplosiva innescata con la guerra non solo dichiarata ma intrapresa dal duo Trump-Netanyahu, i quali, indifferenti alle regole del diritto internazionale, hanno scatenato un conflitto di cui nessuno al mondo può affermare in quale guazzabuglio ci si è infiliati.

L’editoriale analizza la svolta americana contro l’Iran come l’esito di un ciclo storico iniziato con la rivoluzione islamica del 1979. In quasi mezzo secolo il regime degli ayatollah, guidato prima da Ruhollah Khomeini e poi da Ali Khamenei, ha costruito un potere regionale fondato su repressione interna, guerre per procura e sostegno a milizie come Hamas, Hezbollah e gli Houthi, stringendo al contempo alleanze con Russia e Cina.

Secondo Rampini, questo percorso ha isolato Teheran e creato una congiuntura favorevole all’azione militare di Stati Uniti e Israele, culminata con l’uccisione di Khamenei e la ricomposizione di una coalizione arabo-sunnita moderata che, per la prima volta, non ha condannato l’attacco iniziale. A differenza del passato, l’intervento esterno non ricompatta la popolazione attorno al regime: le proteste interne mostrano un rigetto profondo della dittatura islamica.

La decisione di Donald Trump nasce dal fallimento del negoziato: nessuna apertura iraniana su nucleare, missili e milizie regionali. Gli obiettivi americani diventano quindi più ambiziosi: neutralizzare le minacce esterne, colpire gli apparati repressivi responsabili delle stragi di gennaio e favorire un cambio di leadership, evitando però un’invasione terrestre (linea ribadita anche dal vicepresidente JD Vance).

Rampini ipotizza una “variante Venezuela”, sul modello del possibile dopo-Maduro: non una democratizzazione immediata, ma un ribaltamento di alleanze che riporti l’Iran a una posizione meno ostile verso Usa, Israele e Arabia Saudita. Questo richiede però una frattura interna al regime, perché i raid aerei da soli non rovesciano un potere consolidato e il rischio di un vuoto stile Libia resta alto.

Afferma Rampini: “Trump ha un fronte interno. L’America Maga aborrisce le «interminabili guerre mediorientali». Il Congresso scalpita quando questo presidente ordina azioni militari senza consultarlo. In diverse città americane sono annunciate manifestazioni contro questa guerra. Molti giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato: le valutazioni dipendono più dall’opinione su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. Gli ultimi massacri del regime erano caduti nell’indifferenza occidentale. Ma la vastità della ribellione e la forza del rigetto nei confronti degli ayatollah ha contribuito ad accelerare la resa dei conti, alterando i calcoli sui rapporti di forze in campo”.

Pesano anche considerazioni globali: la credibilità americana, compromessa in passato dalla “linea rossa” non rispettata da Barack Obama contro Bashar al-Assad, e la competizione energetica e strategica con Pechino. Un indebolimento simultaneo di Iran e Venezuela ridurrebbe la sicurezza energetica cinese e avrebbe riflessi anche sul dossier Taiwan.

In conclusione, La grande scommessa descrive una scelta rischiosa ma calcolata: intervenire ora per orientare un collasso già in atto del regime iraniano, prima che siano Russia o Cina a riempire il vuoto, nonostante le forti resistenze interne agli Stati Uniti e l’avversione dell’elettorato Maga alle guerre mediorientali.

1 marzo 2026